sabato 9 maggio 2009

Pietro Garinei e la commedia musicale italiana

Oggi ricorre il terzo anniversario della scomparsa di Pietro Garinei: il padre, insieme a Sandro Giovannini, della commedia musicale italiana. Di seguito un’intervista che gli feci per la rivista di teatro e spettacolo dal vivo Hystrio, che si conclude con una sorta di testamento artistico.

HYSTRIO - Nella storia del teatro musicale italiano il 1952 è un anno importante: Garinei & Giovannini danno alle scene Attanasio cavallo vanesio, lo spettacolo che segna il passaggio dalla rivista alla commedia musicale. Cioè, da una forma di spettacolo costituita da numeri musicali e sketches slegati tra di loro al racconto di una vera e propria trama, in parole e musica. E’ d’accordo?
GARINEI - Sì, quello fu il primo passo che compimmo verso il genere nuovo; noi venivamo dalla rivista, prima satirica, e poi dal grande spettacolo di Wanda Osiris. In Attanasio cavallo vanesio, per la verità, c’erano anche balletti e canzoni che non aiutavano la storia ad andare avanti e che quindi avevano ancora un sapore di rivista: abbiamo avuto paura di svezzare di colpo il pubblico dalla rivista, abbiamo cercato di farlo pian piano, non essendo del tutto certi che l’esperimento avrebbe funzionato. E comunque non chiamammo “commedia musicale” quel nostro lavoro, ma “favola musicale”, perché aveva proprio il carattere della favola e perché credevamo che adoperare la parola “commedia”, per il grande rispetto che nutrivamo verso questo termine, fosse eccessivo.

H. - Il declino della rivista e il successo della commedia musicale, dagli anni ’50 in poi, rispecchiano le condizioni sociali del nostro paese: la guerra e la ricostruzione avevano creato nel pubblico un desiderio di evasione; in seguito, la crescita economica e l’espansione della classe media crearono un bisogno di maggior realismo. Non crede?
G. - Se questo si riferisce ai nostri spettacoli non posso essere del tutto d’accordo, perché Attanasio Cavallo vanesio è una vicenda ambientata in America con dei gangsters, Alvaro piuttosto corsaro è la storia di un pirata, Tobia, candida spia narra di un venditore di palloncini a Vienna che si ritrova coinvolto in un intreccio di spionaggio... non credo che la classe media italiana potesse riconoscersi in quelle vicende.

H. - Poi però siete arrivati a risultati come Buonanotte Bettina, che racconta una storia di persone comuni.
G. - Sì, ma tra le prime commedie e quest’ultima passarono alcuni anni. Comunque è vero che spesso abbiamo cercato spunti nella realtà. Carlo non farlo si ispirava al matrimonio di Ranieri di Monaco ed Enrico 61 raccontava la vita di un centenario nato nel 1860, data dell’Unità d’Italia, e narrava così la nostra storia. Anche La padrona del raggio di luna si ispirava a una storia vera: il presidente dell’associazione di calcio Palermo aveva acquistato il giocatore argentino Martegani. Non lo aveva acquistato in quanto presidente della società, lo aveva acquistato in proprio; e quando morì, nel testamento lasciò il giocatore in eredità alla moglie, che era Olga Villi. E noi da questa vicenda abbiamo tratto una commedia.

H. - Quali sono le differenze fondamentali tra la commedia musicale italiana e il musical americano?
G. - La commedia musicale italiana ha sempre fatto un maggior affidamento sull’elemento comico, il protagonista è sempre stato un comico e le storie sono sempre partite da uno spunto che cercava di essere comico. Il musical invece batte strade universali: la strada del dramma, della grande emozione, del grande amore, si affida più al canto e il canto si espande meglio quando racconta un’emozione, mentre con il canto è più difficile esprimersi comicamente.

H. - La commedia musicale, in Italia, è sostenuta dalla politica teatrale?
G. - Devo dire che non c’è quella considerazione che sarebbe necessaria per permettere alla commedia musicale di essere più rappresentata, per invogliare i produttori a metterne in scena di più. La commedia musicale non è considerata uno spettacolo di primo livello. Anzi, è proprio lo spettacolo di intrattenimento, “leggero”, che è ritenuto di secondaria importanza. Mentre il teatro leggero non è leggero per niente, né per chi lo scrive, né per chi lo produce, ed è pesantissimo per chi lo interpreta.

H. - Groucho Marx racconta in una delle sue lettere che quando si cimentò in un ruolo drammatico amici, parenti e critici ebbero una reazione unanime: ‘finalmente dimostri di essere un attore vero!’ E commenta che se avesse saputo prima che la recitazione drammatica, che è più facile, gli avrebbe portato tale consenso, avrebbe fatto subito l’attore serio.
G. – Queste sono le cose che dico sempre agli attori. Tutti i grandi comici sono riusciti molto bene nel drammatico: Totò, Renato Rascel, Aldo Fabrizi… non ce n’è uno che sia fallito. Quello di cui non sono sempre sicuro, invece, è che gli attori drammatici sappiano fare anche il comico. Eppure diversi attori di grandi qualità comiche mi dicono di voler assolutamente interpretare personaggi seri. Io rispondo: signori, perché? Avete avuto dal Padreterno la gioia, la fortuna di far ridere la gente e ve ne vergognate? Sentite come escono dal teatro allegri? La ridoterapia, come la chiamo io, fa tanto bene: c’è bisogno di ridere, e voi volete farli piangere?

H. - Che futuro prevede per la commedia musicale italiana?
G. - Il pubblico c’è, un pubblico che manifesta sempre lo stesso piacere, sempre lo stesso desiderio di andare a vederla. Ci sono i registi, i musicisti, gli scenografi; e poi ci sono attori, cantanti e ballerini preparatissimi. La commedia musicale ha bisogno di interpreti specializzati, e per un certo periodo non è stato facile trovarne. Oggi invece ci sono tanti giovani che sono molto più bravi, e sono anche molti di più. Studiano, vanno all’estero, e mi fa tenerezza vedere con quanto amore si applicano... e quanto poco lavoro, in rapporto, si può offrire loro. Ma lei lo sa che in questo momento in Italia ci sono trentadue compagnie amatoriali che rappresentano Aggiungi un posto a tavola? Questo vuol dire che c’è sia il desiderio di esibirsi in questo tipo di spettacolo, sia quello di andare a vederlo. Dobbiamo aiutare tutto questo. Sostenete la commedia musicale, trattatela bene, vogliatele bene! Consideratela una forma di teatro importante. Lo dico con amore, perché Sandro Giovannini ed io abbiamo dedicato non dico la nostra vita, ma senz’altro la nostra attività a questo genere, e l’abbiamo fatto con grande passione. Ora, quando vengo a sapere che un’altra compagnia fa una commedia musicale, sono felice: è come vedere qualcuno che attacca il cappello su un attaccapanni che anche tu hai contribuito a costruire.

3 commenti:

  1. Ho visto che in certi blog ci sono i pulsanti per votare gli articoli. Perché non li metti anche tu? io qui avrei votato: molto interessante.

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  2. Hai visto "Maria di Nazareth"? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi

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  3. @ Ali: grazie. Per la verità ho provato a inserire il pulsante di voto, ma non ci sono riuscita; dovrò rivolgermi a un esperto.

    @ B.: Ahimè, non l'ho ancora visto.

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