mercoledì 9 settembre 2009

Ancora a proposito del romanzo storico e della verità storica

Foto di Sapphireblue
Non so se avete avuto modo di dare un’occhiata a questo post, nel quale tra le altre cose rispondevo a un’opinione espressa sul Mozart Forum: il mio primo romanzo La sorella di Mozart risentirebbe di una scarsa accuratezza storica. L’ho pubblicato anche sul mio blog in lingua inglese e, di getto, Maria Cristina Savioli vi ha postato una interessante risposta che trovate, tradotta in italiano, più in basso.

Maria Cristina ha presentato a Bologna, lo scorso 8 luglio, il mio secondo romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas (nel quale Dumas padre intrattiene un colloquio con un’anziana signora intenzionata a fargli scrivere un feuilleton su di lei). E’ docente di lingua inglese all’università di Modena e Reggio Emilia e ha insegnato letteratura e critica letteraria alle Università di Leeds e di Huddersfield in Gran Bretagna. Con l’associazione culturale Pa.Gi.Ne. collabora all’organizzazione del festival letterario Gialloluna Neronotte, che quest’anno sarà dedicato a Edgar Allan Poe. Inoltre, lavora come traduttrice letteraria. E’ sua la traduzione del romanzo d’ambientazione storica Le ultime parole famose di Timothy Findley (Neri Pozza, 2003) e anche per questo ha approfondito con particolare attenzione la questione della veridicità.

Sull’argomento, anche in rete, potete trovare un po’ di tutto. Se ne continua a parlare su Letteratitudine e alcuni continuano a sostenere che l’autore di romanzi ambientati nel passato sia obbligato ad attenersi ai “fatti”. In questi giorni ho ripreso un interessante libro di Dara Marks, consulente per gli sceneggiatori di Hollywood: L’arco di trasformazione del personaggio (Audino Editore, 2007). Mi sembra che quanto Dara Marks affermi a pag. 24 si possa applicare a qualunque narrazione, non solo cinematografica:

Le storie, anche quelle basate su avvenimenti reali, non sono mai l’esperienza reale ma solo una rappresentazione di quell’esperienza. Non forniscono informazioni dirette sulla vita di ogni individuo; rispecchiano invece le informazioni sulla vita in generale. Ciò significa che i personaggi e le situazioni hanno una funzione simbolica.

E ancora, ecco quanto affermava lo scrittore canadese Maurice Constantin-Weyer nella prefazione al suo romanzo L’aventure vécue de Dumas père (Genève, Editions du Milieu du Monde, 1944):

Diversi eminenti critici hanno condannato la biografia romanzata – e qualunque biografia lo è così facilmente! – come un genere ‘falso’. Devo confessare che non so bene cosa sia un genere ‘falso’. […] Per chi ha vissuto due guerre e i loro comunicati, e passato un buon numero di anni nelle sale di redazione, il ‘documento’ perde ogni rispettabilità. Diventa persino sospetto. Un solo comunicato serve a due fini opposti. Una sola informazione si presta a venti verità diverse. […] E siamo sicuri, peraltro, che esista una verità assoluta? Più divento vecchio e meno mi sembra possibile.

Ecco il commento di Maria Cristina Savioli:

Le parole di Constantin-Weyer dicono tutto in nuce. Vale forse la pena ricordare che egli non è il solo ad esprimere tali opinioni in merito a concetti quali “verità” e “fatti”. Perfino gli storici sono dovuti scendere a patti con l’idea che non esiste una realtà oggettiva. Basti pensare all’ampia bibliografia prodotta nel campo del metaromanzo storiografico (vedi “historiographic metafiction”, Linda Hutcheon, 1988, 122-3).

Ma restiamo più vicini a casa. Non c’è bisogno di spingersi molto lontano se vogliamo pensare al romanzo storico. Fin dagli albori di questo genere letterario in Italia gli scrittori puntualizzarono come fosse opportuno che un autore affidasse alle figure storiche più importanti un ruolo secondario, così da ovviare alle costrizioni cui li legava la conoscenza storica che si aveva di questi personaggi. Con ciò detto, nulla impedì agli scrittori del tempo di ritrarre tali personaggi in particolari momenti della loro vita di cui nessuno storico era a conoscenza e di cui nulla fosse stato scritto. Nessuno mai in seguito ha gridato allo scandalo per la presunta mancanza di una qualche accuratezza storica o biografica nella monaca di Monza o nel Cardinale Federico Borromeo così come erano stati rappresentati da Manzoni. Conosciamo tanto intimamente queste figure da poter asserire con certezza se esse fecero o meno una determinata cosa in un determinato momento?

Mi pare sia poi superfluo dire alcunché riguardo la “accuratezza storica” dei drammi storici di Shakespeare, in quanto vi è abbondanza di produzione critica sull’argomento.

Nel 1967 il critico letterario francese Roland Barthes scrisse un saggio famoso intitolato La morte dell’Autore, nel quale mandò in frantumi le nozioni fino ad allora ampiamente accettate di “intenzione dell’autore” e di “oggettività”. E’ stupefacente come dopo tanti anni dalla prima pubblicazione di quel saggio rivoluzionario vi sia ancora qualcuno che pretenda di avvalersi di una qualche fedeltà a qualsivoglia “verità” finora stabilita dalla documentazione storica quale metro di misura per la valutazione di un romanzo. Quasi ogni giorno emergono documenti storici che mettono in discussione quanto fino a ieri era un semplice luogo comune. Pertanto non fa meraviglia che spesso gli autori, attraverso i loro romanzi, si avvicinino a quanto accadde in un particolare momento della Storia più di quanto qualsiasi documento storico abbia rivelato fino a quel momento. Basti pensare al complotto per uccidere Hitler. Lo scrittore canadese Timothy Findley nel 1981 aveva immaginato una tale congiura e l’aveva descritta nel suo romanzo Le ultime parole famose (Neri Pozza, 2003) molto tempo prima che tale congiura emergesse dalla documentazione storica poi rinvenuta. Si trattava di pura “fiction” (finzione)? Eppure oggi i film che dal grande schermo rinarrano la vicenda, in maniera più o meno romanzata, abbondano.

Come dice il termine stesso il “romanzo storico” è un romanzo, per quanto profondamente inserito in un contesto storico. Dunque perché non dare una definizione di “accuratezza storica”, se ci riusciamo?

2 commenti:

  1. Grazie Rita, per l'interessante post su un argomento tanto controverso. Concordo pienamente con quanto espresso da Maria Cristina Savioli. Il romanzo storico è un genere ibrido, fatto di ricostruzione storica ma anche di creatività letteraria (altrimenti sarebbe un saggio!). L'introduzione della elaborazione dell'Autore porta sempre a una certa distorsione della realtà storica. L'importante è essere verosimili. Anche perché le prove documentali possono essere lacunose (corrispondenza andata perduta, per esempio) e creare un varco di incertezza nella rievocazione degli eventi. E' proprio in questo varco, in questa zona d'ombra che si insinua l'immaginazione dell'autore (come è morto quel certo cardinale? La tal donna fu veramente l'amante del re o fu solo una platonica amicizia?). Chi vuole la suggestione legge i romanzi, chi vuole i fatti dovrebbe attenersi alle prove documentali. Un caro saluto

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  2. Grazie a te, Luca. Dopodomani su questo blog sarà pubblicato un post che un pochettino ti riguarda...
    Sull'argomento, personalmente ho una posizione se vogliamo estrema: anche la realtà documentale è soggetta all'interpretazione, degli stessi storici. Comunque sottoscrivo quello che dici: chi vuole la suggestione legge i romanzi, chi non la vuole legga i saggi.
    (Alexandre Dumas, ne "Il corricolo", osservò: "Chi legge la storia, se non gli storici quando correggono le loro bozze?" Vedi anche questo articolo.)

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