lunedì 30 novembre 2009

Massoneria, alchimia e mesmerismo in “Così fan tutte”

Annalisa Stancanelli per non solo Mozart

Olio su tela di autore anonimo, Historisches museum der Stadt, Vienna.
Rappresenta una riunione di Loggia Massonica a Vienna agli inizi del 1790.
La prima persona seduta a destra è Mozart, in conversazione forse con Emanuel Schikaneder.

Traendo spunto da scritti di Robbins Landon, Napoletano, Basso e Bramani, la musicologa Marilena Crucitti ha realizzato un’approfondita analisi dell’opera Così fan tutte, rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1790 e considerata “la più sostanzialmente esoterica delle tre scritte su libretto di Lorenzo Da Ponte, alla cui composizione Wolfgang Amadeus Mozart attese nell’anno della Rivoluzione Francese”.

mercoledì 25 novembre 2009

La mia Sicilia, dalla scuola dell’INDA alla fiction RAI “Agrodolce” (della quale si sta per celebrare il funerale)

English version of this article

Questo mio articolo è di prossima pubblicazione su Pentelite – un fascicolo annuale edito a conclusione della mostra-mercato dell’editoria siciliana, che si svolge a Sortino (Siracusa) nella prima settimana di ottobre. Lo pubblico qui in anteprima in versione quasi integrale, per gentile concessione del curatore, Salvo Zappulla. L’occasione mi è data dalle recenti notizie relative alla fiction RAI Agrodolce, voluta da Giovanni Minoli e prodotta dalla Einstein Multimedia con fondi della Regione Sicilia: il “burosauro” la sta lentamente divorando. Per incomprensibili cavilli formali (bracci di ferro tra poteri) una realtà creativa che dava lavoro a centinaia di persone, in Sicilia e altrove, e che aveva rivitalizzato una zona depressa, rischia di creare uno stuolo di neo-disoccupati. Vedi articoli su La Stampa, ulapino.it, tvblog.it, LiveSicilia del 24 novembre, Sicilia On Line, Televisionando, LiveSicilia del 26 novembre, BlogSicilia, La Repubblica anche sulla chiusura degli stabilimenti Fiat di Termini Imerese (Palermo), Periodico Italiano.

…e dagli antichi è detta
Per nome Ortigia. A quest’isola è fama,
Che per le vie sotto al mare il greco Alfeo
Vien da Doride intatto, infin d’Arcadia
Per bocca d’Aretusa a mescolarsi
Con l’onde di Sicilia.
(Virgilio, Eneide, III, trad. Annibal Caro)

Giunsi in Sicilia per la prima volta vent’anni fa. Avevo superato le selezioni di ammissione alla Scuola di Teatro Classico dell’INDA di Siracusa e per me iniziava una straordinaria esperienza formativa. La mia idea di quella che poteva essere Ortigia era piuttosto una farneticazione; me l’avevano descritta come una piccola isola collegata alla città da un ponte che io, chissà perché, avevo trasformato con l’immaginazione in un ponte levatoio. Giovane, sprovveduta e incline a fantasie bizzarre, ero convinta di trovare un luogo verdeggiante e selvaggio, con un paesaggio da savana e le scimmiette arrampicate in cima ai baobab. L’impatto con la realtà fu ben più emozionante.

Presi ad aggirarmi tra edifici barocchi e pietre millenarie, assaporando gli echi di una civiltà raffinata e antichissima e ritrovando nella memoria i miti che quella civiltà produsse. Miti che, come è noto, obbediscono talvolta al bisogno umano di controllare gli incontrollabili fenomeni della natura – e così una fonte d’acqua dolce, vicinissima al mare, diviene una ninfa sfuggita alle attenzioni di un dio troppo audace. Quella ninfa era lì, davanti a me, pacificata. Feci il bagno in mare nei pressi e rimasi stupefatta nel percepire le correnti fredde che premevano dal basso. Ripensai alla storia di Aretusa come a una bellissima metafora della trasformazione che due amanti devono subire individualmente, prima di diventare una coppia.

Al vertice dell’INDA c’era ancora il professor Giusto Monaco, studioso eccelso e uomo eccezionale. Si diceva fosse in grado di recitare a memoria, in greco antico, tutte le tragedie classiche giunte fino a noi – e naturalmente di disquisire sui loro significati. Era circondato da un’aura naturale di rispetto. Non lo chiedeva; gli era dato. Non c’erano alternative. Dall’alto della sua cultura, mai esibita, sovraintendeva alle umanità scomposte dei teatranti, o aspiranti tali, con signorile discrezione.

Recitare al Teatro Greco dona un’emozione irripetibile. L’inizio delle rappresentazioni alla luce del giorno fa sì che l’interprete riesca a distinguere uno ad uno gli individui che affollano la platea, anche se immensa – basta posarvi per un attimo lo sguardo. In quel caso, così speciale, gli spettatori sono persone, non un unico anonimo acquattato nell’ombra di una sala al chiuso. L’esperienza degli spettacoli a Siracusa, nel suo complesso e per ognuno di noi, costituì uno straordinario appagamento delle emozioni e dei sensi. Molti attori che ho conosciuto lavoravano con varie compagnie durante l’inverno e in primavera facevano carte false per essere ammessi a recitare negli spettacoli estivi dell’INDA. Uno di questi, che di norma esibiva un’aria d’uomo tutto d’un pezzo, mi raccontò di aver pianto sul traghetto di ritorno, alla fine dell’esperienza: non riusciva a rassegnarsi all’idea che fosse davvero finita.

E invece finiva per tutti, e finì anche per me. Dopo la scuola, e la partecipazione alle rappresentazioni classiche, iniziai a lavorare con una compagnia di Genova e da allora in Sicilia tornai di rado. Recitai un paio di volte nella favolosa Segesta e visitai il tempio in cima alla collina, attorno al quale sembra volino ancora le colombe care ad Afrodite; passai da Palermo nel corso di una tournée e in una sola settimana ingrassai di quattro chili, incapace di resistere alle delizie gastronomiche.

Di recente la Sicilia è rientrata nella mia vita, a conferma del fatto che il mio rapporto con questa terra non si è mai estinto. Dopo quindici anni di carriera in teatro, avevo impresso una virata alle mie energie creative e mi ero dedicata alla scrittura. Il mio primo romanzo (La sorella di Mozart) era stato pubblicato e stavo lavorando al secondo (La strana giornata di Alexandre Dumas); inoltre elaboravo sceneggiature per Rai e Mediaset. D’improvviso mi chiamarono a scrivere Agrodolce: una serie televisiva ambientata nell’immaginario paese costiero di Lumera. In verità i produttori cercavano sceneggiatori siciliani; la permanenza giovanile nell’isola dovette giocare a mio vantaggio.

La serie, voluta da Giovanni Minoli e prodotta dalla Einstein Multimedia, si è avvalsa di una consulenza prestigiosa come quella di Roberto Alajmo per le storie e i dialoghi, e di un gruppo di lavoro di ottimi autori. E’ stata trasmessa su RAI 3 con risultati di ascolto e gradimento più che soddisfacenti, per poi arenarsi su questioni economiche e burocratiche incomprensibili ai più. Al momento in cui scrivo non si sa se ci sarà una ripresa; tutti speriamo in un miracolo dell’ultimo minuto. Se il miracolo non dovesse verificarsi, sarebbe una disdetta per le centinaia di persone che perderebbero il lavoro, in Sicilia e altrove, e anche per le storie finora narrate – poiché la cosiddetta “lunghissima serialità” è concepita per non fermarsi mai. Gli archi narrativi durano mesi, anni, persino decenni, come nella vita. Qualunque cosa accadrà, tuttavia, io sono certa che l’arco del mio rapporto d’amore con la Sicilia non si interromperà. Potrà al massimo subire una nuova metamorfosi – come per Aretusa.

Foto: Leandro's World Tour, Allie Caulfield.

lunedì 23 novembre 2009

Cinque domande a Ugo Barbàra, autore di “In terra consacrata”. Edizioni Piemme

Ugo Barbàra è nato a Palermo e vive a Roma, dove lavora come giornalista presso l’AGI, nella redazione esteri. E’ autore di quattro romanzi, tutti pubblicati da Piemme: Desidero informarla che le abbiamo trovato un cuore, La notte dei sospetti (premio Scalea 2001), Il corruttore (finalista al premio Scerbanenco 2008), e il recente In terra consacrata, candidato al premio Strega 2009, vincitore del premio Alziator e candidato al premio Scerbanenco, che verrà assegnato tra breve nell’ambito di Courmayeur Noir in Festival.

1. Il tuo romanzo è ispirato a un mistero della storia italiana recente: la scomparsa di Emanuela Orlandi. Perché hai deciso di elaborare un’opera di finzione su questa vicenda e non un libro-inchiesta?

L’idea è nata da uno scoop di una collega dell’Agi, Rosa Polito. E’ stata lei la prima a scrivere delle novità nell’inchiesta, ossia delle rivelazioni di Sabrina Minardi sulla sorte della Orlandi. Leggere l’articolo che aveva scritto è stato come un colpo di fulmine; era pieno di suggestioni narrative e raccontare quella storia in una forma che non fosse solo cronachistica mi è sembrato un imperativo. Quando ne abbiamo parlato e Rosa mi ha raccontato altri dettagli che non aveva inserito nell’articolo perché erano giornalisticamente irrilevanti non ho avuto più dubbi: era una storia da raccontare. Inoltre negli anni sono stati pubblicati diversi libri-inchiesta sul caso Orlandi. Quello che a me interessava era provare a dedurre una soluzione da una vicenda così intricata. E quello della finzione narrativa – quella che oggi va sotto il nome di New italian epic – era l’unico strumento a disposizione.

mercoledì 18 novembre 2009

“Paspartù”, jam session artistica in scena al Teatro 7 di Roma fino al 13 dicembre

Massimiliano Bruno e Sergio Zecca propongono per la seconda edizione una rassegna teatrale che possa dar voce e suoni a quanti abbiano da proporre testi inediti o sperimentazioni musicali. L’idea è quella di inventare uno spazio teatrale libero e aperto a proposte interessanti. “Lo stiamo facendo per creare un gruppo, per stare insieme e scambiarci idee. Sarà una cosa bella!” dichiarano gli organizzatori.

L’incasso della manifestazione, Paspartù, sarà devoluto al progetto di solidarietà Missione Mozambico, che grazie alla scorsa edizione ha già raccolto una notevole quantità di fondi. Ogni sera, da ieri e fino al 13 dicembre, presso il Teatro 7 di Roma in via Benevento 23, alle spalle di Villa Torlonia (tutte le sere alle 21, la domenica alle 18.30, lunedì riposo) andranno in scena monologhi brevi, scene a due o tre personaggi, canzoni, letture, poesie, sperimentazioni che si possano fare semplicemente con gli attori, un paio di luci e senza scenografie particolari. Ogni pezzo sarà proposto al pubblico solo per una sera, nella quale andrà in scena una decina di pezzi, e tutte le sere lo spettacolo cambierà a seconda degli argomenti. Alcune sere l’happening sarà di matrice più comica, altre più drammatica. Attenzione! E’ consigliabile prenotarsi telefonando in teatro al numero 06 4423 6382.

lunedì 16 novembre 2009

Cinque domande a Michelle Moran, autrice de “La regina dell’eternità”. Newton Compton Editori

Michelle Moran è una giovane autrice americana di bestseller, pubblicata in tutto il mondo. La sua biografia è presto riassunta: prima di diventare una scrittrice a tempo pieno è stata insegnante e ha lavorato come archeologa volontaria in diversi Paesi. Il suo primo libro, La regina dell’eternità. Il romanzo di Nefertiti, è uscito in Italia nel corso dell’estate; anche il secondo sarà presto pubblicato nella nostra lingua. Qualche tempo fa Michelle mi intervistò per il suo blog History Buff, in occasione della pubblicazione del mio romanzo La sorella di Mozart negli Stati Uniti. Ricambio con gioia la cortesia, nella convinzione che questa giovane scrittrice di grande successo possa rappresentare uno straordinario esempio, nell’atteggiamento positivo e vincente che emerge dalle sue affermazioni.

1. Michelle, perché hai deciso di raccontare la storia di una regina egiziana vissuta più di 3.000 anni fa?

La mia storia d’amore con l’antico Egitto è iniziata nell’estate del 1998, quando lavoravo in uno scavo archeologico in Israele. La mia squadra ritrovò casualmente uno scarabeo sacro, che testimoniava che gli egiziani si spinsero a nord, forse per vendere abiti, incenso, o l’oro di Nubia. Nell’osservare il misterioso oggetto, sporco di terra, che nessuno aveva toccato per chissà quanti anni, ho avvertito un interesse intenso e immediato. Non molto tempo dopo mi sono ritrovata a vagare per musei ed esposizioni sull’antico Egitto a Los Angeles, Londra e infine a Berlino, dove è esposto il meraviglioso busto di Nefertiti – una delle donne più affascinanti e potenti dell’antichità. Anche tremila anni dopo, quel busto suscita in chi lo osserva lo stesso timore reverenziale che devono aver provato i cittadini di Amarna, nel posare lo sguardo sulla regina.

venerdì 13 novembre 2009

Come aiutare i malati di SLA: biglietti natalizi, donazioni e l’anteprima di “500 giorni insieme” a Roma

Foto: boliston.
Il 6 novembre scorso alcuni malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica hanno indetto uno sciopero della fame per porre alla nostra attenzione e a quella delle istituzioni il problema dell’assistenza domiciliare. Chi è affetto da questa grave malattia degenerativa (le cui cause sono ancora ignote) può giungere all’ impossibilità di muoversi e comunicare, conservando intatte le facoltà di pensiero e sentimento.

Qualche tempo fa parlavo con una cara amica, una cui familiare molto amata si ammalò di SLA. Non appena fu formulata la diagnosi, la mia amica cercò informazioni e conforto presso medici che conosceva bene. Uno di questi le disse: “Sei sicura? Sicura che abbiano parlato proprio di SLA? Spero per voi che i colleghi sbaglino.” Ma non era così. Per quanto affermarlo sembri assurdo e persino irriverente, sarebbe quasi “preferibile” ammalarsi di tumore. Gli ammalati di cancro soffrono nel fisico e vengono perciò aiutati a sopportare il dolore a mezzo di anestetici. Gli ammalati di SLA non soffrono. Si sentono svanire gradualmente le capacità di movimento e nel contempo sono lucidi. Facile comprendere come in queste condizioni un’assistenza efficace sia indispensabile. Se al momento attuale le conoscenze scientifiche non consentono di guarire dalla SLA, è possibile alleviarne i sintomi e garantire ai malati una vita senza l’ossessione della malattia, senza l’incubo della morte che incombe, senza i sensi di colpa nei confronti dei familiari, con la possibilità di continuare a “pensare ad altro”, guardando al mondo intorno a sé, come facciamo tutti.

lunedì 9 novembre 2009

Cinque domande a Giorgia Lepore, autrice de “L’abitudine al sangue”. Fazi Editore

Oggi inauguriamo una nuova iniziativa del blog, già sfiorata in passato: interviste con scrittori e scrittrici, sempre composte da 5 domande, a proposito del loro ultimo libro.

Giorgia Lepore vive in Puglia, a Martina Franca. E’ archeologa specialista in Archeologia Medievale e ha al suo attivo coordinazioni di scavi in tutta Italia. E’ assegnista di ricerca presso la cattedra di Archeologia e Storia dell’Arte Paleocristiana e Altomedievale dell’Università di Bari. L’abitudine al sangue è il suo primo romanzo, con il quale è stata inserita nella cinquina dei finalisti al Premio Acqui Storia 2009.

1. Il protagonista del tuo romanzo, figlio dell’Imperatore di Bisanzio, si ribella al ruolo di guerriero impostogli dal padre e subisce le drammatiche conseguenze della sua insubordinazione. Perché hai voluto raccontare questa storia?

D’istinto ti direi: chiedilo alla storia, perché ha voluto essere raccontata da me?

E’ una battuta, ma spiega abbastanza bene lo stato d’animo che ho avuto nei confronti di questo romanzo per lungo tempo. Mentre scrivevo non riuscivo a capire cosa c’entrasse quella storia con me, da dove venisse fuori. Sembrava una cosa “estranea”. Forse dipende anche dalla velocità con cui è stata scritta, di getto, senza alcun progetto o scaletta, senza un programma. Molte cose le ho capite dopo, quando sono riuscita a prendere il necessario distacco, a pensarci sopra. Evidentemente si trattava di cose sedimentate dentro di me che sono venute fuori in maniera automatica.

martedì 3 novembre 2009

“La strana giornata di Alexandre Dumas” secondo Silvana La Spina

Il video qui sotto si riferisce alla presentazione del mio romanzo La strana giornata di Alexandre Dumas (Edizioni Piemme) che si è svolta a Pavia nell’ambito della rassegna Quattro libri un’estate, organizzata da Bruno Contigiani e Vivere con Lentezza. La romanziera Silvana La Spina, autrice di grande cultura e carattere, che ha creato splendidi romanzi di ambientazione storica, presenta il mio libro inquadrandolo nel panorama del romanzo oggi in Italia e osservando come rappresenti “una boccata d’ossigeno”. Il video dura quasi 11 minuti; più sotto potete leggere la trascrizione dell’intervento.



Io non sono una scrittrice, sono una romanziera. Tengo molto al termine “romanziera” e non a caso avevo letto questo libro con estrema attenzione, prima che mi si chiedesse se volevo presentarlo. Perché è del romanzo che qui voglio parlare.