lunedì 15 febbraio 2010

Cinque domande a Monica Avanzini

L'ombra della regina nera
di Monica Avanzini
Baldini Castoldi Dalai
Monica Avanzini è nata e cresciuta a Venezia, dove si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università degli Studi di Cà Foscari. Giornalista pubblicista, appassionata di storia e di letteratura “gialla”, ha lavorato nel mondo dell’arte, collaborando con maestri di fama internazionale. Vive tra Roma e Venezia e lavora per Rai Uno Cultura, dove ha curato per due anni un programma dedicato alla saggistica e alla narrativa. Il suo romanzo L’ombra della regina nera, un noir nel quale storia e fantasia si mescolano ad avvenimenti reali nella Venezia dei nostri giorni, è uscito nel 2009; è ambientato durante il Carnevale, quindi siamo proprio nel periodo giusto per parlarne.

1. Il protagonista del tuo romanzo è un giovane antiquario di nobili origini che, insieme alla sua domestica, si ritrova coinvolto in una serie di strani omicidi. Perché hai desiderato scrivere questa storia?

Da molti anni mi sono trasferita nella capitale per lavoro e torno a Venezia solo sporadicamente, ma ogni rientro per me significa sempre uno strappo di nostalgia, un aprire la valigia segreta dei ricordi. Scegliere di parlare di “lei” è stato dunque come ritornare alle radici, riappropriarmi del mio passato rimasto ormeggiato a questa città di pietra e sogno della quale volevo raccontare il mistero, l’atmosfera sospesa, i labirinti di nebbia dove ci si può smarrire per ritrovarsi di fronte a un palazzo abbandonato o a un rio malinconico o forse anche al suo cimitero adagiato lontano sulla laguna…

Tradurre tutto questo non era facile se non affrontando la strada del noir dove in maniera naturale quest’aria sospesa poteva avvolgere la Serenissima e trasformarsi in qualcosa di morbido e oscuro, scivolando addirittura ad avvolgere le vite dei protagonisti, insinuandosi in quelle loro esistenze tranquille e trascinandole in un gioco perverso perché solo in un luogo così antico e carico di passato, “dove le pietre dialogano con l’acqua e i leoni hanno le ali”, i destini devono compiersi, nonostante le volontà dei singoli.

2. Il tuo romanzo è quindi un atto d’amore per Venezia, la tua città. Dicci perché la ami tanto, e perché chi di noi ancora non la conosce dovrebbe andare a visitarla.

Venezia è una parte di me, è il mio cuore, la mia anima. Parlare della sua bellezza è riduttivo, banale: è come cercare di descrivere un sogno, il sogno di un popolo che è riuscito a costruire su una semplice striscia di terra sospesa tra lo specchio immobile della laguna e quello del cielo una città unica, straordinaria, nata dalle acque come una sirena, costruita per stupire, per essere ammirata dal mondo, per sedurre, per far innamorare.

Visitare Venezia vuol dire abbandonare il tempo umano per entrare in quello del sogno: non esiste rumore ma solo la musica malinconica delle acque nei suoi canali, non esistono strade ma solo un intarsio di calli spesso invase dalla nebbia, non esiste la realtà ma solo la Storia popolata dei suoi fantasmi leggeri che la percorrono in punta di piedi. Può essere visitata mille volte, e mille volte si maschererà per nascondersi all’invadenza di un occhio troppo curioso offrendo di sé solo l’idea di un’armonia che si consuma in quella vita che passa lieve tra palazzi di una straordinaria, meravigliosa imperfezione e campielli dimenticati dal tempo.

E’ lo specchio traslucido di Alice che ti attira magicamente e ti catapulta in un universo inimmaginabile, la caverna di Alì Babà ricolma di tesori disseminati qua e là come pietre preziose, è il fascino garbato e ironico di una città che non si arrende però a diventare un museo a cielo aperto ma che permette ai suoi abitanti di vivere seguendo i ritmi lenti dell’anima e del cuore.

3. Sin dalle prime pagine del libro si respira un’aria di mistero: magia, riti diabolici, oscuri personaggi del passato... che rapporto hai con le discipline esoteriche?

Un rapporto controverso, un misto di curiosità e repulsione che mi ha spinto a guardare all’interno del baratro di questo vortice cupo per poterne poi segnare i confini, il margine netto che divide il bene dal male. Mi sono dunque documentata cercando di vincere le mie resistenze personali perché volevo parlarne, scandagliare il mondo oscuro, il territorio del demoniaco e, da persona di fede, mi è parso d’intuire che dietro queste ritualità terribili debbano esistere baratri di angoscia, antiche ossessioni dannate, una scia rossa che attraversa i secoli come un tortuoso, disperato fiume di sangue.

4. Che cos’è la scrittura, per te?

Scrivere è ritrovare me stessa, giocare con la fantasia, popolare la realtà di nuovi compagni di viaggio, personaggi che improvvisamente si animano, acquistano una loro tridimensionalità e mi si muovono accanto scegliendo di raccontarsi di volta in volta. L’unico problema è la mancanza di disciplina, quel loro desiderio smodato di vivere che a volte devo cercare di limitare per imbrigliarli nelle maglie del giallo che ha un suo severo codice di racconto, cosa che spesso i miei disobbedienti amici sono portati a non rispettare.

5. Per quale ragione hai inserito una “appendice golosa” al romanzo con le ricette della Nina, il divertente personaggio della domestica? Sei un’amante della buona cucina e magari una brava cuoca?

Certamente sì, ma il mio intento era soprattutto quello di scrivere un libro ambientato ai giorni nostri che, oltre ad essere un noir la cui trama affonda nella Storia, raccontasse in maniera leggera Venezia e la sua cultura nelle varie sfaccettature, il suo passato e la sua vita di oggi. Pertanto la cucina, descritta minuziosamente anche nelle commedie del grande Goldoni, non poteva non farne parte: i suoi sapori riportano alla memoria i rapporti di questa città marinara con l’Oriente, i traffici con Bisanzio, i viaggi in terre lontane… Ed ecco l’uso della cannella, la presenza dell’agrodolce, dell’uvetta sultanina e i pinoli, l’uso del baccalà che arriva dai paesi nordici, le sarde in saor, cioè pesci che potevano conservarsi nelle lunghe traversate, la preziosa cioccolata che veniva consumata nei lussuosi salotti foderati di damasco e specchi…

Tutto questo ho cercato di dirlo attraverso delle ricette semplici, citate con arguzia da Nina, l’anziana domestica di casa Giustinian, che un po’ Mirandolina avanti negli anni, un po’ Miss Marple dei giorni nostri, tra pignatte in ebollizione e sfoglie di pasta fresca, racconta, senza saperlo, la storia e la cultura di quella straordinaria e aristocratica città che venne definita nei secoli la “Regina del mare”.

Grazie, Monica! E per maggiori informazioni su L’ombra della regina nera potete visitare il sito di Baldini Castoldi Dalai editore. Recensioni in rete: Agenzia Radicale, Blogbookshop, Anobii.


Giulio Scarpati presenta il romanzo




L’ombra della regina nera si può ordinare su:


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4 commenti:

  1. Ho appena comprato, e del tutto casualmente, il romanzo di Monica. Sono stato attirato, oltre che dalla bella copertina e dalla trama che si promette interessante, dalla succulenta appendice gastronomica. Trovo che coniugare il mistero (o il delitto) con la cucina, renda il tutto più godibile. Un esperimento simile è stato fatto anche da Alda Monico, anche lei di Venezia, nel romanzo "Delitto al casin dei nobili". Un caro saluto a tutti!
    Luca

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  2. Un caro saluto a te, Luca, e che simpatica coincidenza! :)

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  3. l'intervista è molto bella e il libro promette bene! un saluto

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