lunedì 29 marzo 2010

Lucia Poli: il teatro è politica, anche quando non sa di esserlo. Ma non influisce sul voto

Al termine di una fase pre-elettorale piuttosto turbolenta, e nel secondo e ultimo giorno delle elezioni regionali, pubblico un’intervista esclusiva con Lucia Poli, interprete di un teatro che volentieri si ispira a testi letterari e che lei stessa definisce “politico”. L’attrice è reduce dal terzo anno di tournée dello spettacolo Il diario di Eva, ispirato a un famoso testo che Mark Twain scrisse per sostenere le teorie di Darwin. “Twain voleva dimostrare, con questa sua fantasia paradossale” spiega Lucia “come l’ottusità di un certo pensiero religioso sbagli a non riconoscere l’evoluzionismo e la scienza. Si tratta di temi ancora attuali. Oggi, nonostante tutto quel che è stato dimostrato, torna a galla il creazionismo.”

Si parla spesso dell’influenza che la televisione e il cinema hanno sulle preferenze elettorali. Facendo le debite proporzioni numeriche, tu credi che il teatro possa spostare il consenso politico?

Che il teatro sia politica, questo è indubbio; che possa influire direttamente sui voti no, non lo credo. In questo la televisione è molto più forte, essendo più diffusa e anche più autorevole per le persone meno provvedute, che magari da sole non saprebbero orientarsi e possono essere più facilmente trascinate. Il pubblico che va a teatro, invece, di solito ha già la sua idea. E’ un pubblico elitario, che sceglie di andarci, e normalmente opta per gli spettacoli che ritiene più vicini alla sua idea non solo estetica, ma anche politica.

Qual è la valenza politica del teatro?

Il teatro è una forma di comunicazione viva nella società, perché è sempre qui e ora, quindi è sempre attuale, anche quando parla del passato, anche quando è museo. Nel suo essere qui e ora diventa parte integrante della vita civile: espressione essenziale della vita politica. E lo è anche quando non sa di esserlo, anche quando è teatro di mercato, superficiale: in quei casi esprime la politica del disimpegno. Il teatro inoltre è un avvenimento sociale, non è qualcosa che si fa per sé. Alcune forme artistiche sono più individualistiche e private; ma il teatro no, esiste solo nella comunicazione, e quindi è politica.

Il tuo teatro è espressione del tuo pensiero?

Il mio teatro, essendo ‘d’autore’ o ‘d’autrice’, ancor più intende porsi come un elemento vivo e dinamico della cultura del momento. Io non faccio operazioni a tavolino, che manifestano l’esigenza di raggranellare un buon incasso più che quella di esprimere idee. Il mio teatro nasce da una scelta precisa: una scelta di impegno. Nasce dal bisogno di pormi su un piano dialettico con il pubblico. In questo senso è un teatro che entra direttamente nelle idee del momento.

Tu hai iniziato a fare teatro negli anni Settanta e hai vissuto la parabola del femminismo. Ti definisci tuttora una femminista?

Questa parola ha caratterizzato un’epoca che appartiene ormai al passato, per cui oggi viene usata molto meno, e ad alcuni sembra quasi una parolaccia. Io francamente non ne ho paura, e non posso non dirmi femminista perché è un’avventura che ho vissuto e che ritengo fondamentale per l’evoluzione della mentalità femminile. C’è da dire però che in quegli anni non ero considerata un’ortodossa e alcuni miei spettacoli furono accolti con un certo sospetto.

Ad esempio, scrissi e interpretai un monologo, Liquidi, nel quale una fotomodella che non conosce veramente il proprio corpo si vede con gli occhi degli altri e si dà delle false identità; ed ecco che il corpo risponde con delle emissioni di liquidi. Pian piano la donna getta via le proprie maschere e giunge a una spoliazione sia visiva, sia psicologica, e questo è il primo passo che le consentirà di costruirsi un’identità autentica. Ora, l’ala più intransigente del movimento femminista diceva: donna è bello. Ne derivava una generale esaltazione delle figure femminili e una demonizzazione di quelle maschili; e la mia era una donna piena di problemi, una donna negativa. Però il sospetto durò un attimo, e subito dopo lo spettacolo fu accettato. Lo portai in tournée in tutta Italia, con grande successo ma anche con grande scandalo e imbarazzo, e poi fui invitata al Teatro “La Maddalena” di Roma, che era il teatro femminista militante.

E che oggi non esiste più. Che effetto ti fa passare davanti ai luoghi “storici” della sperimentazione teatrale e vederli trasformati in negozi o ristoranti?

Non sono una nostalgica. Le cose passano, ma poi ne nascono altre. Io gestii personalmente, per cinque anni, un teatro “underground” romano che si chiamava l’Alberico, nel quale si esibirono tra gli altri Roberto Benigni, Carlo Verdone e Marco Messeri. L’avevamo aperto noi, un bel gruppo di giovani teatranti; facevamo i nostri spettacoli e in più ne ospitavamo altri. Avevamo due spazi: un vecchio garage a livello della strada che avevamo rimesso a posto, con un palcoscenico abbastanza grande e una platea di 150 posti; e sotto c’era un cantinetta piccolissima con un palcoscenichino-buco di due metri quadri e una plateina con sedie volanti. Lì si facevano i monologhi, perché niente di più poteva entrarci.

E’ stata una bella fucina di invenzioni, ognuna delle quali ha poi preso la sua strada. Non mi sembra produttivo restare ancorati al “come eravamo”. Se siamo ancora vivi, le cose le facciamo da un’altra parte. Io posso non amare il tempo presente se non mi piacciono certi modi di vita o certe mode culturali, ma semplicemente non li inseguo: perseguo invece le cose che mi piacciono e lotto perché vadano avanti.

D’altra parte, è innegabile che la centralità della cultura degli anni Settanta sia solo un ricordo. Nei decenni successivi che cosa è cambiato nella tua esperienza artistica?

Negli anni Settanta la nostra attività era effettivamente appoggiata da un grande interesse da parte degli intellettuali, della stampa, delle forze culturali. Diciamo che l’arte e la cultura erano di moda. Negli anni Ottanta c’è stato invece un precipizio verso il basso. Un contraccolpo e quindi un ritorno ai teatri ufficiali: velluti, lusso, la comodità delle poltrone contro la scomodità delle nostre sedie volanti... anche giustamente, se vuoi, ma con questo riflusso è tornato il disimpegno, il teatro di intrattenimento, ben confezionato ma inesistente.

Gli anni Ottanta, inoltre, sono stati quelli della ricerca del consenso da parte dei nostri pessimi politici, che elargivano briciole di assistenzialismo per avere voti. Fregandosene se l’Italia accumulava debito pubblico e andava a rotoli, ma tanto “après moi le déluge”; e senza nessuna politica culturale, anzi. In quel periodo si sono poste le basi per il trionfo della peggior televisione, quella berlusconiana, che è diventata il modello anche per la RAI di Stato. E poi c’è stato il terremoto degli anni Novanta, la tensione alla trasparenza, la volontà di ripulire e di riportare una centralità sull’arte. Che ancora non è stata realizzata. Il principio che un Paese sano, anche politicamente, è un Paese in grado di esprimere cultura, purtroppo sembra tutt’altro che presente e percepito.

Immagini: ritratto di Lucia Poli; foto di scena dagli spettacoli "Per Dorothy Parker", "Liquidi", "Edipo e la Pizia".

5 commenti:

  1. Bellissima intervista,molto interessante. Con una conclusione amara, ma tant'è.

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  2. LA MODIGLIANESE2 aprile 2010 16:33

    Ciao carissima Rita, ti leggo spesso,così come passo dall'amica Lame.
    Amo molto i fratelli Poli (che ingiustizia!! due geni così concentrati nella stessa famiglia!) e trovo davvero interessante questa intervista. Che aggiunge amarezza a quella che si sta cristallizzando nel mio animo. (Che schifo di gentaglia abita in questo paese?)
    Per i cattolici questo è il periodo della resurrezione.....per noi ci sarà mai?
    Un affettuoso abbraccio.
    ANNA

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  3. Grazie, Vivida.

    Mia cara Anna, mi fa molto piacere ritrovarti! A proposito di Lame Duck e del suo blog, hai visto che razza di bagarre si è scatenata in seguito al suo articolo sulla performance di Luttazzi? :)
    Sono felice che trovi l'intervista interessante, e del tuo apprezzamento nei confronti della carissima Lucia (non so se risponderà ai commenti, ma senz'altro tornerà a visitare la pagina).
    E a proposito del periodo che stiamo vivendo... mi chiedo se Gesù avrebbe chiamato questo venerdì 2 aprile 2010 un venerdì "santo".
    Un abbraccio grande e affettuoso a te, e spero di rivederti presto.
    Rita

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  4. Bellissima intervista; luminosa la Poli, come sempre, arguta e dolcemente letale.
    A mio avviso, il numero di geni nella famiglia però è tre: i fratelli Paolo e Lucia,indubbiamente, ma anche il figlio dell'intervistata, Andrea Farri.
    Propongo un'intervista allo schivo e giovane compositore :)

    Aria

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  5. Grazie, Aria. Ottima idea. Inoltrerò la tua proposta... :)

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