lunedì 15 novembre 2010

Cinque domande a Chiara Ingrao

Dita di dama di Chiara Ingrao
La Tartaruga edizioni
Chiara Ingrao, nata nel 1949, ha scritto libri e saggi su diversi argomenti, sia nel campo della narrativa (Il resto è silenzio, Soltanto una vita) che su temi storico-politici. Al momento è impegnata a tempo pieno come scrittrice e animatrice culturale, con particolare interesse per il lavoro nelle scuole; le sue precedenti esperienze di lavoro sono molteplici, così come quelle politiche e sociali. Ha lavorato come programmista radio, interprete, sindacalista, parlamentare, consulente del Ministro per le Pari opportunità. Fondatrice dell’Associazione per la pace, ha contribuito alle prime iniziative comuni fra pacifisti israeliani e palestinesi, al movimento contro la guerra in Iraq, alle iniziative di pace e solidarietà nei Balcani.

Dopo il suo coinvolgimento nel movimento studentesco del ’68, dal 1973 al 1978 è stata funzionaria a tempo pieno del sindacato metalmeccanici, e dal 1978 al 1980 dei chimici. A partire dagli anni ’70 ha partecipato attivamente al movimento femminista, e dal 1976 in poi è stata una delle promotrici dei nuovi coordinamenti donne del sindacato. Queste esperienze sono materia del suo Dita di dama (Premio Alessandro Tassoni 2010, 227 pagine, € 16,50). Il romanzo ci porta in un’azienda della periferia romana durante una stagione chiave: l’autunno “caldo” del 1969.

1. Perché ha deciso di scrivere questo romanzo? Da quale esigenza fondamentale è scaturito?

Dentro di me si sono mischiate esigenze diverse, alcune molto emotive e “letterarie”, altre più legate al mio rapporto con il mondo. Su tutti e due questi fronti, ho sentito il bisogno di tornare a un decennio che è stato fondamentale per la mia formazione, e anche per la storia d’Italia: gli anni ’70. Non ne potevo più, di sentir raccontare quella stagione di speranze e di cambiamenti solo come “gli anni di piombo” – o addirittura di sentir interpretare la violenza terroristica come il frutto inevitabile delle utopie del ’68. Ho sentito il bisogno di mostrare la faccia più vera di quegli anni: un’utopia concreta e nonviolenta che ha reso possibile per tante ragazze come le protagoniste del mio libro cambiare la propria vita e la storia d’Italia, a partire da un’esperienza complessa e troppo spesso lasciata nell’ombra – il lavoro.

In Italia il lavoro lo si racconta poco, e quando lo si racconta è più come categoria ideologica, che come esperienza umana. Lo si pensa e lo si racconta al maschile, carico di stereotipi che forse ormai stanno stretti anche ai maschi. Io invece ho scelto uno sguardo femminile, di una giovane operaia: il suo impatto con il lavoro in fabbrica, con le lotte sindacali, con il mondo che cambia ma anche con la famiglia e la vita. Ho raccontato una ribellione che nasce non dal pensiero astratto ma dall’esperienza concreta del corpo, dal senso della dignità e dalla voglia di libertà – e anche dalla voglia di vivere, di ridere, di amare. Perché abbiamo anche riso tanto, in quegli anni. Abbiamo riso e litigato e sofferto, e scoperto l’amicizia e l’amore e la sessualità. Alcuni mi hanno detto: che strano romanzo, che narra il sociale come una storia d’amore, e la storia d’amore la aggroviglia in mezzo al sociale. Come se “il sociale”, e tanto più la politica, dovessero per forza essere senza volto, o prendere solo i volti dei capi. A me i capi non interessano. Le persone sì, moltissimo: in Maria, Francesca, ‘Aroscetta, Ninanana, zio Sergio, Peppe, Mammassunta, c’è un po’ delle persone che ho amato e conosciuto in quegli anni, da cui ho imparato tantissimo e assieme alle quali sono diventata donna.

2. Dita di dama si snoda attorno alle vicende di due giovani donne, Maria e Francesca, ed è narrato in prima persona da una delle due. Quanto c’è di lei nel personaggio della narratrice?

Tanto e poco. Come carattere ed esperienza di vita Francesca è molto diversa da me, non volevo che mi rappresentasse. Però è anche lei una studentessa, com’ero io quando ho incontrato i metalmeccanici e ho deciso di condividerne il percorso. Lei forse è un po’ innamorata della sua Maria metalmeccanica, io mi sono “innamorata” delle esperienze, del coraggio, dell’intelligenza di Laura, Anna, Elisa, Armanda, e tante altre operaie della Voxson, che è la fabbrica a cui si ispira il mio romanzo. Molte delle cose che succedono nel libro sono cose successe davvero, che io ho recuperato dai loro racconti e dai miei ricordi di quando ero sindacalista.

Allora come oggi, io come Francesca mi sono sentita molto partecipe della loro storia, e per questo ho cercato di raccontarla “da dentro”, comunicandone le passioni e le emozioni con un coinvolgimento pieno, non solo “letterario” ma emotivo. Ma io, come Francesca, non ho sentito sulla mia pelle la puzza di stagno, non mi sono chinata fino a terra per passare la paletta alla sorvegliante sotto la porta del cesso, non ho sentito il rumore della catena di montaggio che mi martellava il cervello e il neon che mi feriva gli occhi, e lo scatto di coraggio che mi apriva il cuore quando ho fatto il primo sciopero… Scegliere una narratrice interna-esterna era per me come un atto di onestà, come un modo per confessare: io ci provo, a raccontarvi com’era, ma non so se ci riuscirò, perché non l’ho vissuto direttamente, e qualcosa mi sfuggirà sempre, per quanto possa provarci. Perché quella storia non appartiene a me, ma a chi l’ha vissuta.

3. I 18 capitoli del romanzo sono intitolati con altrettanti versi della Divina Commedia. Perché ha scelto questa soluzione?

Primo: perché sia nelle testimonianze scritte delle operaie che in quelle che ho raccolto personalmente il racconto del primo impatto con il lavoro in fabbrica era raccontato come una discesa agli inferi. E infatti i versi che fanno da titolo sono tutti tratti dall’Inferno.

Secondo: perché volevo scompigliare le carte, sfidare il pregiudizio secondo cui le storie operaie sono storie “grevi”, “basse”, buone per le macchiette o i manifesti ideologici, ma lontanissime dalla poesia, che viene pensata come qualcosa di etereo e lontano dal mondo. La Divina Commedia è il testo di più alta poesia della letteratura italiana, ma è il contrario della poesia che si chiude in una torre d’avorio: è poesia di carne e di sangue, di rabbia e di passione civile. Scegliere quei versi come titoli era un modo per dire al lettore: io ti racconto delle storie di gente comune, te le racconto pure un po’ in romanesco (e per rendere il sapore di quel romanesco ci ho faticato parecchio), ma dentro la vita di questa gente c’è molta più poesia che nei salotti buoni di chi ha la casa piena di libri e il portafoglio pieno di soldi. Poi mi sono anche divertita un po’ a scegliere versi che davvero dicessero qualcosa di significativo sul contenuto del capitolo: tipo il famoso verso di Ulisse su “fatti non foste a viver come bruti” per raccontare lo sciopero “delle palette” contro l’umiliazione di essere controllate anche al gabinetto…

4. Lei è autrice di saggi e romanzi. Quando scrive, in cosa sostanzialmente differisce il suo approccio all’uno e all’altro genere?

Non sono sicura di saper rispondere. Credo che nei saggi si attinge di più alla sfera razionale, mentre nel romanzo parla molto la dimensione emotiva, e anche l’inconscio. Nel mio romanzo precedente, Il resto è silenzio, ho avuto la netta sensazione che scriverlo per me fosse una sorta di auto-analisi, di psicoterapia. So che lì dentro c’erano parti di me molto profonde e che non riuscivano a trovare voce altrimenti; ma venivano fuori in modo molto indiretto, e soprattutto nella parte ispirata alla tragedia greca, al mito Antigone e al personaggio “pavido” di sua sorella Ismene. Sono cose molto complicate da spiegare, e intrecciate in modo complesso, perché poi i temi politici e sociali di cui ho trattato nei saggi nei romanzi non è che scompaiono, ci sono eccome: però il romanzo mi consente di dire cose che in un saggio non sarei mai riuscita a dire, e che per troppo tempo continuavo a portarmi dentro inespresse. Questo su Il resto è silenzio ha inciso molto: è una storia sulla guerra dei Balcani, e io sui temi di quella guerra mi ero impegnata come pacifista, come parlamentare, nella solidarietà – ma si faceva sempre più grosso il senso di avere a che fare con qualcosa di troppo grande, qualcosa di indicibile nel linguaggio della politica. E non a caso sono andata a frugare nella tragedia greca.

Poi ogni libro è una storia a sé, e chiede un suo linguaggio, come appunto l’intreccio fra Dante e il romanesco in Dita di dama, di cui parlavamo nella domanda precedente; o il fatto che in Soltanto una vita, che è il libro in cui ho raccolto gli scritti di mia madre, ci sono dei pezzi scritti da me in cui a volte sento il bisogno di parlare di lei dicendo “mia madre”, e altre volte invece di chiamarla “Laura”, quasi fosse la protagonista di un mio romanzo.

5. Crede che l’attività di una scrittrice si differenzi dall’attività di uno scrittore? Esiste, a suo avviso, una “scrittura femminile”?

Non me la sento di definire una regola generale, sarebbe presuntuoso da parte mia. Posso parlare intanto per me, per quel poco che vale. Come scrittrice, io la mia “scrittura femminile” la rivendico, la cerco, è il mio modo di guardare al mondo. Riesco a scrivere solo di protagoniste donne, mi viene naturale usare una voce di donna come voce narrante, sento il bisogno di dare voce alle emozioni e ai corpi, e credo che questo abbia molto a che vedere con il mio essere donna.

Come lettrice, c’è qualcosa di specificamente femminile che cerco e riconosco nelle scrittrici che amo, anche se non mi è facile descrivere e spiegare che cos’è. Non è un di più o un di meno rispetto a ciò che mi aspetto da uno scrittore, e gli scrittori che amo sono molti – è solo qualcosa di diverso. È, forse, la possibilità di esprimere nella scrittura l’interezza del proprio essere, senza censure: perché l’identità di ciascuno di noi è certo irripetibile e unica, non assimilabile a quella di nessun altro o altra, ma è comunque un’identità sessuata. Condividere con chi legge il modo in cui ciascuna/o di noi si sente donna (o uomo), io lo sento come una ricchezza: cercare di “neutralizzarlo”, o addirittura rimuoverlo, mi sembra impoverire non solo la scrittura, ma la vita stessa.

Per maggiori informazioni su Dita di dama potete consultare il sito ufficiale di Chiara Ingrao, che contiene la rassegna stampa e il primo capitolo (oltre a diversi altri suoi scritti scaricabili).

Per un contributo video che riguardi la scrittrice potete spostarvi su questa pagina, relativa al convegno
La cooperazione tra le comunità locali. Dall'esperienza dei Balcani alle sfide del presente che si è tenuto a Brescia il 1° ottobre scorso. Dopo un'introduzione sull’associazione “Osservatorio Balcani” e sui temi generali del convegno, Chiara Ingrao legge brani del suo romanzo Il resto è silenzio (da 4'30").

“Dita di dama” si può ordinare su:

* B. C. Dalai editore
* Bol.it
* Webster.it.

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3 commenti:

  1. Grazie Charbonnier, La seguo, il Suo "Dumas" a parte, le Sue interviste sono sempre dolcemente "pizzicose". Brava, Grazie, corrado solari

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  2. Bellissima intervista davvero. Finora è la mia preferita,la più intensa,la più meditata. La frase che preferisco è quella conclusiva:
    "Condividere con chi legge il modo in cui ciascuna/o di noi si sente donna (o uomo), io lo sento come una ricchezza: cercare di “neutralizzarlo”, o addirittura rimuoverlo, mi sembra impoverire non solo la scrittura, ma la vita stessa."

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