lunedì 9 maggio 2011

La Roma del Ventennio

Dopo Art Nouveau e Art Déco, concludo con questo la pubblicazione di un trittico di articoli gentilmente concessi dalla dott.ssa Tiziana Daga – una sorta di percorso verso l’atmosfera artistica e culturale che fa da sfondo al mio romanzo in libreria da domani, Le due vite di Elsa: ambientato a Roma, durante l’era fascista.


Tiziana Daga per non solo Mozart

Il 28 ottobre del 1922 migliaia di camicie nere, al grido di “ora o mai più”, marciarono trionfalmente verso Roma e, pochi giorni dopo, Benito Mussolini sarebbe stato nominato dal re Vittorio Emanuele III capo del nuovo governo. Cominciava così quel capitolo della nostra storia recente che, culminato nella disastrosa alleanza con la Germania di Hitler, si sarebbe concluso tragicamente con la seconda guerra mondiale e con quella che fu nel nostro paese una vera e propria guerra civile.

Ma l’affermazione del fascismo segnò anche per un ventennio una nuova e profonda trasformazione della capitale che divenne oggetto di importanti rinnovamenti tesi alla nascita di una Terza Roma, compiuta espressione, sul piano monumentale e culturale, dell’ambizioso progetto del regime di ricreare l’Impero. Solo pochi mesi prima della presa della capitale, il 21 aprile 1922, Mussolini aveva dichiarato:

«La Roma che noi onoriamo non è soltanto la Roma dei monumenti e dei ruderi, la Roma delle gloriose rovine […] ma soprattutto, la Roma che noi vagheggiamo e prepariamo è un’altra: non si tratta di pietre insigni ma di anime vive, non è contemplazione nostalgica del passato, ma dura preparazione dell’avvenire».

Marcia su Roma

Nell’Anno Santo 1925, dopo la definitiva presa del potere ed il consolidarsi del regime con la chiusura di tutti i giornali non allineati e l’adesione di molti intellettuali al manifesto redatto da Giovanni Gentile, Mussolini istituiva il Governatorato di Roma, con la funzione di fare della città il “centro di tutte le energie della nazione” e, il 31 dicembre del 1925, nel IV anno dell’Era Fascista, in un celebre discorso il duce tracciava le linee generali di come sarebbe dovuta diventare Roma negli anni a venire:

«Tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto. Voi [NdR: rivolgendosi agli architetti] continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora lo intralcia. Farete dei varchi intorno al teatro Marcello, al Campidoglio, al Pantheon; tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza deve scomparire. Voi libererete anche dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia debbono giganteggiare nella necessaria solitudine. Quindi la terza Roma si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tirreno. Voi toglierete la stolta contaminazione tranviaria che ingombra le strade di Roma, ma darete nuovi mezzi di comunicazione alle nuove città che sorgeranno in anello intorno alle città antiche. Un rettilineo che dovrà essere il più lungo e il più largo del mondo porterà l’ansito del mare nostrum da Ostia risorta fino nel cuore della città.»

Solo tre anni dopo, il 28 settembre del 1928, si sarebbe inaugurato il primo tratto dell’autostrada Roma-Ostia. E in quello stesso anno, su progetto di Enrico Del Debbio, si sarebbe dato il via alla costruzione di uno dei primi imponenti complessi polifunzionali voluti dal regime, quella straordinaria cittadella dello sport che è il Foro Mussolini, oggi Italico.

E così da quel momento, mentre i giornali instancabilmente esaltano le imprese del Regime, un altrettanto instancabile Mussolini, animato da un crescente attivismo progettuale, percorre in lungo e in largo l’Italia inaugurando centinaia di opere architettoniche e nella capitale non manca di visitare i cantieri, o di esaminare personalmente i progetti di tutte le opere più importanti promosse nella città. Infatti è proprio su Roma che, negli anni a venire, Mussolini – sempre più convinto del ruolo centrale che l’architettura può svolgere nel processo di costruzione della nuova civiltà fascista – concentrerà gran parte di quell’attività costruttiva, di risanamento e modernizzazione del territorio su cui fonderà la sua politica e il suo patto di alleanza con il popolo italiano. Attraverso un rinnovato mito dell’antico, gli architetti del regime saranno chiamati a costruire l’Italia nuova, quell’Italia che ha in Roma la sua capitale. Al suo rinnovamento e più in generale all’architettura, quale simbolo dell’identità della Nazione, Mussolini affiderà il compito di tramandare i valori dell’uomo nuovo nato dalla rivoluzione fascista e quei modelli che nel tempo dovranno formare le nuove generazioni. Così “dopo la Roma dei Cesari e la Roma dei papi, ci sarà la Roma fascista (…) perché Roma non è una città, è una istituzione politica, una categoria morale” (dal discorso di Mussolini del 18 aprile 1934).

Ad impostare questa febbrile attività di ampliamento e modernizzazione della città furono chiamati molti giovani e talentuosi architetti, primo fra tutti quel Marcello Piacentini che per tutto il ventennio sarà l’indiscusso regista di questo ambizioso progetto, adeguando il monumentalismo retorico di regime ai più aggiornati modelli del Razionalismo e del Funzionalismo, nati in Europa negli anni Venti.

Dal 1931, con l’approvazione del nuovo piano regolatore di Roma, la politica urbanistica del regime si concentra sulla riqualificazione monumentale del centro storico e diventa sistematica la cosiddetta politica del piccone demolitore, con la quale si attua l’annunciato programma di liberare le vestigia gloriose della Roma imperiale dai segni della decadenza. In pochi anni scomparvero interi quartieri medioevali e rinascimentali sia intorno al Campidoglio – epicentro della nuova Roma, per far posto alla sospirata via del mare – sia intorno all’area del Foro e del Colosseo. Con la frenetica attività di scavo tornano alla luce anche i resti del Foro di Augusto e quelli del Foro e dei mercati di Traiano e a tempo di record, dal 1931 al 1932, in tempo per celebrare degnamente il primo decennale della rivoluzione fascista, si demolisce l’intero quartiere Alessandrino e si rade al suolo la storica collina della Velia per far posto alla via dell’Impero (oggi via dei Fori Imperiali) che da allora, con le parate militari, diverrà il luogo deputato alla retorica di regime.

Nel ‘34 si procede all’isolamento dell’Augusteo, secondo il progetto previsto dal piano regolatore del ‘31, e sotto la direzione di Ballio Morpurgo viene demolito l’intero quartiere tardo rinascimentale della zona e “liberato” lo stesso Mausoleo dall’Auditorium che vi era stato costruito sopra alla fine dell’800. Nascono i monumentali edifici che oggi caratterizzano la piazza e qui, in soli cento giorni, si procede alla ricostruzione dell’Ara Pacis, ritrovata pochi mesi prima sette metri sotto palazzo Fiano, in tempo per essere inaugurata il 23 settembre del 1938.

Acquerello, E. Roesler Franz
Nel ‘36 il piccone cancella in meno di un anno un altro suggestivo angolo della vecchia Roma papalina, la Spina di Borgo, il quartiere sorto nel Medioevo tra la basilica di San Pietro e il Tevere, per far posto a via della Conciliazione (completata nel ‘50), a siglare sul piano urbano l’ufficiale riconciliazione avvenuta tra lo Stato italiano e quello della Chiesa con la storica firma dell’11 febbraio del 1929 dei Patti Lateranensi.

Parallelamente si procede con la costruzione di nuovi complessi edilizi (come le borgate e i nuovi quartieri popolari nati per ospitare gli sfollati dagli sventramenti del centro storico) e di strutture di servizio come i quattro nuovi edifici postali per quartieri di recente espansione quali l’Aventino, il Nomentano, l’Appio e Prati, per i quali fu indetto il concorso del 1932. Tra i 136 partecipanti vinsero Mario Ridolfi, Giuseppe Samonà e Adalberto Libera, ovvero quelli che oggi sono considerati tra i maggiori esponenti del Razionalismo italiano. In particolare l’edificio realizzato dall’appena trentenne Libera in via Marmorata, nell’ambito della riqualificazione del popolare quartiere di Testaccio, sarà un edificio così innovativo da gettare le premesse di una nuova visione dell’architettura negli anni successivi.


Al ‘32 risalgono anche i lavori di costruzione della nuova Città Universitaria, inaugurata il 31 ottobre del 1935. Qui dette un apporto decisivo Marcello Piacentini, che seppe scegliere e coordinare tra loro un gruppo di architetti di diversa formazione quali Arnaldo Foschini, Giuseppe Pagano (che morirà nel ‘45 in un lager nazista), Giuseppe Capponi, Giò Ponti e l’emergente Giovanni Michelucci. Il risultato fu un complesso omogeneo e funzionale dove il monumentalismo si sposa con le più innovative soluzioni del Funzionalismo del Novecento.

In quello stesso ottobre del ‘35 le truppe dell’esercito italiano avevano invaso l’Etiopia, dando di fatto inizio a quella guerra che si sarebbe conclusa nel ‘36 con la proclamazione dell’Impero, annunciata dallo storico balcone di palazzo Venezia, ormai quartier generale del regime, ad una folla oceanica adunata in piazza Venezia. In piena autarchia, dopo le sanzioni imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni per l’aggressione all’Etiopia e in una Roma che commossa piange la scomparsa improvvisa, a soli cinquant’anni, del grande Ettore Petrolini, si pongono le basi di un nuovo progetto, quello per l’Esposizione Universale di Roma, che si sarebbe dovuta svolgere a Roma nel 1941 e che Mussolini, facendola slittare al’42, trasformò nell’occasione per celebrare degnamente il Ventennale.

L’E.U.R., la nuova città alle porte di Roma su quella direttrice del mare indicata come futura linea di sviluppo e di espansione, diventerà così l’ultima ma anche la più grandiosa e significativa impresa promossa dal regime. Nonostante l’entrata in guerra dell’Italia e la conseguente sospensione dei lavori, portati a termine solo dopo gli anni ‘50, il complesso di edifici ideati per l’occasione e posti sotto l’egida di un apposito Ente autonomo – E42 – diventerà il modello per l’ultima stagione di interventi edilizi promossi dal fascismo sia nella capitale, sia in altre città ed evidenzierà l’ormai insanabile conflitto tra vecchio e nuovo. Infatti, la commissione preposta alla direzione dei lavori, presto ironicamente chiamata “commissione archi e colonne”, sarà animata dalla costante preoccupazione di adeguare gli entusiasmi degli architetti più innovativi ad un più marcato monumentalismo, mosso da motivazioni prevalentemente di ordine politico e celebrativo che da reali aspirazioni di modernità.

Così molte delle avveniristiche strutture in acciaio e vetro furono trasformate in colonnati in travertino e la simmetria sostituì la pianta libera; mentre l’iniziale funzione espositiva dei circa 400 ettari dell’area scelta per l’esposizione, sotto l’attenta regia di Piacentini, sarà gradualmente trasformata in uno spazio monumentale permanente destinato a celebrare per sempre il mito della nuova Roma fascista. Gli architetti Piacentini, Pagano, Piccinato, Rossi, Libera progettarono uno spazio scandito da un impianto ortogonale segnato dal cardo della via Imperiale (oggi Cristoforo Colombo) e dal decumano Viale Europa, avente per centro la grande piazza-agorà delimitata ai lati dai quattro edifici delle mostre (Etnografica, dell’arte Antica, delle Scienze e dell’arte Moderna). A chiudere le prospettive degli ampi viali (a dir poco metafisiche, scandite come sono da bianche fughe di archi e colonnati che rimandano alle visioni create da de Chirico nelle sue celebri Piazze d’Italia) edifici quali il Palazzo della civiltà del lavoro e il Palazzo dei Congressi, capolavori di una classicità rivissuta all’insegna delle geometrie della modernità.

A sud, in direzione del mare, il progetto originale prevedeva un grande arco in alluminio e vetro, di cento metri, disegnato da Libera e che compare sui manifesti quale simbolo della mostra e della celebrazione dell’era della Rivoluzione fascista.

Quell’arco, mai realizzato, appare oggi come il simbolo di una grande illusione, quella che per vent’anni hanno condiviso tutti coloro i quali hanno creduto il fascismo capace di creare l’uomo nuovo. La guerra, con le sue tragiche conseguenze, avrebbe messo fine non solo agli aspetti più inquietanti dell’ideologia che guidò le trasformazioni dell’Urbe, con tutte le sue cialtronesche parate da Impero rinato, ma anche ai sogni di chi – animato da aspirazioni più nobili e ideali – aveva pensato di poter trasformare Roma in una città moderna.

Articolo di Tiziana Daga, storica dell’arte, tra i fondatori de La Serliana.

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