venerdì 6 maggio 2011

Letteratura e musica, musica e sessismo

La direttrice d'orchestra
Gianna Fratta
Una bella intervista che parte dal mio romanzo La sorella di Mozart per poi occuparsi di tanto altro. Me l’ha fatta Claudio Morandini, scrittore e docente che vive ad Aosta, sul suo blog Iperboli, ellissi (e su Letteratitudine, dove però è in coda a un dibattito con centinaia di commenti, quindi è più difficile da trovare). Claudio ha anche scritto una bellissima recensione del romanzo. Lui ha pubblicato l’intervista sul suo blog a puntate (prima, seconda, terza), io la ripubblico qui tutta intera.

Di Nannerl Mozart come compositrice non è rimasto nulla. Questo ti ha consentito di lavorare attorno alle sue composizioni con una maggiore libertà?

Certamente. Mi sono chiesta quale fosse la natura della sua musica - che in più di un’occasione ebbe il plauso di suo fratello: ci sono lettere nelle quali Mozart loda la bellezza e la “correttezza” delle sue composizioni, e la esorta a cimentarsi ancora. Peraltro il fatto che la musica di Nannerl non sia giunta fino a noi mi è sembrato potenzialmente fortissimo sul piano drammatico: dovevo senz’altro raccontare il momento nel quale le sue composizioni venivano distrutte. E nel romanzo questo avviene più di una volta e in modi e momenti diversi; d’altra parte, la musica di Nannerl si disperde sempre in un elemento naturale: fuoco, acqua, aria.

“Quando faceva musica, la piccola Nannerl non aveva nulla di umano; sembrava ci fosse in lei una divinità primitiva, che aspettava di accostarsi a uno strumento per debordare e lasciare stupefatti. Le sue mani srotolavano suoni limpidi e velocissimi, obbedivano a un istinto armonico ineguagliabile e il risultato era insieme sicuro e disordinato”. È una descrizione suggestiva e perfino inquietante dell’ispirazione e del talento musicale. Quanto di questa visione ti appartiene e quanto invece è legato alla visione che se ne aveva all’epoca di Wolfgang e di Nannerl?


Ho avuto un’insegnante di pianoforte che ha rappresentato molto per me (e che ringrazio alla fine del romanzo). Si chiama Lucia Lusvardi ed era una bambina prodigio. Fu lei a parlarmi delle sensazioni che provava nel suonare, da piccola. Era per lei un fatto assolutamente naturale, un gioco al quale dava un’importanza persino relativa e che negli altri destava stupore e sconcerto - lo stesso che si prova di fronte a una manifestazione potente della natura. Credo quindi che alla base della descrizione che tu citi ci sia questo ricordo. E poi, l’idea del disordine: poiché genio è anche rompere le regole e creare un nuovo ordine (”troppe note, caro Mozart”…)

La facilità con cui Nannerl pensa e scrive musica (e la vive come una parte di se stessa) si sposa spesso con una concezione invece legata alla pazienza della ricopiatura, all’attesa del risultato migliore, all’alta artigianalità della costruzione. “Passione” e “disciplina”, come dirà anche Johann Christian Bach: la seconda serve ad esprimere la prima. Ti riconosci anche tu, come musicista ma anche come scrittrice, in questo equilibrio tra l’una e l’altra?

Sì, senz’altro. Credo che ogni creazione artistica sia frutto di una complessa mediazione tra una parte di sé che urla, che vuole a ogni costo esprimersi, e una parte che invece comprime, imbriglia e reprime. La seconda di solito dice “così non va bene, non è così che si fa” ma può arrivare addirittura a dire “non ce la farai mai, non sei capace!”. Come affermo nei seminari di scrittura che di quando in quando mi trovo a tenere, l’ostilità nei confronti della “tecnica” che manifestano molte persone, soprattutto quando si tratta di tecnica di scrittura, non è che un tentativo (infruttuoso) di gettare lontano da sé quella parte soffocante. Che invece andrebbe integrata, perché può essere molto utile.

Il mondo della musica (se lo prendiamo come una sorta di paradigma del mondo tout court) ha ancora, secondo te, qualcosa dell’epoca raccontata nel romanzo, per quanto riguarda il ruolo e la presenza delle donne?


Ahimè, basta guardarsi intorno… ci sono poche compositrici, e le direttrici d’orchestra sono mosche bianche. Quando una donna dirige un’orchestra, fa notizia! Le nostre menti (degli uomini e anche delle donne) sono così intrise di stereotipi e pregiudizi vecchi di millenni che tuttora, e non di rado, si sente parlare di una presunta “naturale”, “congenita” incapacità delle donne di comporre e dirigere. Cioè, si considera il dato come prova di se stesso, con un procedimento francamente illogico. Come a dire: nessuna persona di colore ha vinto il Nobel per la fisica, quindi dobbiamo concludere che i neri sono inadatti a contribuire al processo scientifico (o magari meno intelligenti dei bianchi!). E’ esattamente lo stesso tipo di sciocchezza, e di offesa intollerabile. Eppure me lo sono sentito dire diverse volte, durante le presentazioni del mio romanzo. Ogni tanto si alzava qualcuno in piedi e osservava con un’aria arguta: “Nella storia ci sono state diverse poetesse, diverse pittrici, ma pochissime compositrici. Questo dimostra che la mente femminile ha una sua specificità che la rende meno adatta alla composizione di musica della mente maschile. Non lo crede anche lei?” E per quanto io potessi rispondere: “No, non lo credo”, e tentare di argomentare, vedevo che queste persone non erano contente; anche perché, probabilmente, avevano bisogno di identificare quel che l’essere umano diventa e realizza con quel che è “destinato” a diventare e realizzare, per via delle sue caratteristiche innate, in maniera pressoché indipendente dalle circostanze. Io credo invece che noi ci formiamo interagendo con il mondo che ci circonda, e se quel mondo non fa che ripeterci che un Mozart donna non potrà mai esistere, finiremo per crederci anche noi.

Nadia Boulanger
con Igor Stravinskij
Chissà, Rita, forse un romanzo come il tuo può aiutare a spazzare via anche certi pregiudizi duri a morire. O almeno - a me sembrerebbe già molto importante - può far venire qualche dubbio ai sapientoni della domenica, può incrinare le loro comode certezze.
 A me, a proposito di figure femminili fondamentali nella musica, è venuto subito in mente il nome di Nadia Boulanger: senza di lei e il suo insegnamento e la sua visione estetica, mezza musica del Novecento non ci sarebbe (di sicuro tutta o quasi la musica nordamericana, da Copland a Glass a Quincy Jones, per dire).
 A proposito, Rita: la sua vita finisce per assomigliare a quella della tua Nannerl. Dopo una giovanile attività di compositrice (poca roba, ma preziosa) si dà all’insegnamento, oltre che alla diffusione e valorizzazione dell’opera della sorella Lili. Ha tracciato la via della modernità (una delle vie, d’accordo, in ogni caso quella più duratura, frequentata e varia).

Ma torniamo alla nostra intervista. Su che cosa si incentra secondo te il rapporto tra letteratura e musica? O, per essere più precisi: come può secondo te il linguaggio della narrativa avvicinarsi a quello della musica? Come può renderlo senza tradirlo?


Non sono sicura di saper rispondere. Quello che mi interessa non è tanto un possibile avvicinarsi del linguaggio della narrativa a quello della musica, quanto una linea di ricerca che porti i due linguaggi a interagire e fondersi. Quindi non parlerei di tradimento. Sono due mondi espressivi troppo diversi. Sarebbe come dire che un elefante viene portato ad assomigliare a una gazzella senza tradire l’essenza della gazzella. Chissà che invece l’uno e l’altra non possano correre insieme… Per fare un esempio personale: in molti mi hanno detto di aver gustato meglio l’ascolto della musica di Mozart dopo aver letto il mio romanzo; o che, nel leggerlo, provavano un desiderio fortissimo di ascoltare il brano al quale, in quel momento, il romanzo faceva riferimento. “Bisognerebbe che il CD fosse in vendita insieme al libro!” mi dicevano. Ecco, questa è una delle infinite possibilità di contatto tra le due arti. Oppure, qualche tempo fa ho presentato “La sorella di Mozart” in un locale dove c’è un pianoforte, e ho suonato la Fantasia in re minore K 397 recitando, nel contempo, il brano del romanzo nel quale Nannerl la suona per suo marito. Tutti mi hanno detto di aver gustato meglio l’ascolto della musica – poiché accompagnato da una descrizione verbale forte sul piano emotivo (non da un’analisi musicale). Esiste, credo, la possibilità che letteratura e musica si fondano senza tradirsi, ma integrandosi; che divengano un unico veicolo.

Foto: Amadeus Serey
Che cosa ha dato a te scrittrice la formazione da pianista? Io ho sentito una sensibilità da musicista per esempio nelle scene dei concerti: l’atmosfera di attesa, l’eccitazione impaziente e la sensibilità esasperata di chi si sta preparando all’esecuzione, i dettagli, le mani, le dita, le unghie addirittura, la postura nel corso dell’esecuzione; oppure nella resa “sonora” degli ambienti…

Grazie di queste affermazioni, per me molto lusinghiere. Partirò dalle unghie e dalle dita: mi ha sempre colpita il fatto che il suonare uno strumento giunga a modificare, almeno temporaneamente, il corpo del suonatore. Mi rivedo a osservare con stupore, fascinazione e anche un certo disgusto il pollice sinistro di un amico contrabbassista, che aveva due enormi corpi callosi sui lati; e chi suona il pianoforte sa che è necessario avere le unghie corte, cortissime (con le unghie lunghe si titillano i tasti, non si può suonare). Per questo Nannerl, la protagonista del mio romanzo, quando smette di suonare si lascia crescere le unghie: è un segno e una conseguenza. Si tratta quindi di “dettagli” che ho vissuto, che mi appartengono, e non solo sul piano musicale, ma anche perché ho fatto molto teatro.

Riguardo alla relazione tra il suonare e lo scrivere, probabilmente ho sviluppato un certo orecchio per il “fraseggio” che riguarda (non a caso la parola è la stessa) anche la costruzione delle frasi in lingua italiana. Mi rendo conto sempre più chiaramente che il mio modo di scrivere è influenzato da una certa ritmica, da una percezione immaginaria di come quelle frasi “suonerebbero” se dette, anziché lette. Ma non è detto che sia un bene…

Perché secondo te il discorso del confronto tra genio riconosciuto (Wolfgang, Felix, Robert) e genio in penombra o non riconosciuto (Nannerl, Fanny, Clara…), o, per citare altre opere, tra genio e mediocrità, viene fuori così bene nell’ambito della musica?

Forse, semplicemente, perché attorno al musicista c’è un’aura romantica che attorno ad altri generi di artisti è meno evidente. Mi torna in mente un atto unico di Frank Wedekind, “Il cantante da camera”. Il protagonista (un musicista, quindi – sempre che i cantanti possano essere considerati musicisti, cosa sulla quale non tutti sono d’accordo…) definisce se stesso, e gli artisti in genere, come “articoli di lusso della borghesia che fa a gara per pagarci”. E afferma poi, con lo stesso cinismo, che “non esiste il genio misconosciuto”. Chissà, forse quello del genio incompreso è, perlomeno almeno in parte, un mito romantico. Mettersi dalla parte del perdente ha un fascino: conforta il perdente che è in ognuno di noi. Ma questo è un altro discorso…

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