martedì 7 giugno 2011

Il travaso del musical

The Lion King, foto di scena
Travaso. Il travasare da un recipiente a un altro: travaso del vino. Il trasferire da un luogo a un altro: travaso delle api. Il musical è il regno del travaso. Dal cinema al teatro e viceversa, da Londra a Broadway e viceversa, da entrambe all’Italia (qui non viceversa).

Da una quindicina d’anni, ormai, la Disney ha allungato le sue mani a quattro dita su Broadway. Nei teatri hanno preso a imperversare le trasposizioni in musical dei film a cartoni animati mentre sui marciapiedi di Times Square i vecchi sexy shop lasciavano pian piano il posto a negozi di gadget e fumetti. I Tony Awards del 1998 (equivalenti, per il teatro, degli Oscar) videro il trionfo del bellissimo The Lion King, Il re leone, basato sul film uscito 4 anni prima: miglior musical, regia, scene, costumi, luci e coreografia. Non furono premiate le musiche di Elton John né i testi di Tim Rice, ma ciò non ha turbato il pubblico: lo spettacolo è in scena ancora oggi al Minskoff Theatre ed è il settimo “long run” di tutti i tempi – ovvero, nella classifica dei musical con il maggior numero di rappresentazioni della storia, è al settimo posto. Del resto il titolo è universalmente noto e lo spettacolo è fruibile anche da chi non capisce l’inglese (i turisti stranieri rappresentano sempre una percentuale considerevole del pubblico di Broadway), essendone appagati al massimo grado l’occhio e l’orecchio.

Indiscutibilmente assistervi rappresenta un’esperienza forte. Un cartone animato, bidimensionale e popolato di animali antropomorfi, è stato trasposto in un mondo tridimensionale di umani animalizzati; e non si tratta di una copia, ma di una reinvenzione. La storia e i personaggi sono fedeli all’originale, ma lo stile è ricreato e personalizzato (regia di Julie Taymor).



La precedente trasposizione de La bella e la bestia (debutto nell’aprile del ‘94, solo un Tony, per i costumi) ebbe meno successo in America. Critiche dure: è una versione espansa e peggiorativa del cartone animato; è un tentativo, perdente in partenza, di riprodurre le immagini del film sul palcoscenico; non lascia nulla all’immaginazione; è un mero pretesto per vendere i prodotti Disney. Il pubblico si affollava indisturbato e l’ha fatto fino a luglio 2007, quando lo show ha chiuso i battenti – conquistando l’ottavo posto nei “long run”, subito sotto Il Re Leone. Arte o commercio? Gigantesco giro di denaro gestito da produttori di cartoni animati che non conoscono i complessi processi creativi del teatro musicale – o grande occasione data dai grandi mezzi produttivi?

La bella e la bestia, versione italiana. Foto di scena
Lo spettacolo è andato in scena anche a Londra, l’altro polo mondiale del musical, e ha avuto diverse versioni europee e anche una italiana, rappresentata con successo a Milano e Roma e prodotta dalla Stage Entertainment – multinazionale olandese che “produce musical con la stessa qualità e lo stesso modello di business di Broadway, recitati e cantati nelle lingue dei paesi europei”.

La Stage Entertainment ha inoltre portato in scena Mamma mia, spettacolo di produzione originariamente inglese che ha debuttato a Broadway solo in seguito e ha avuto una famosa versione cinematografica con Meryl Streep (in questo caso, quindi, il travaso dal cinema al teatro è nella direzione opposta). C’è stato poi Flashdance, anche questo uno spettacolo nato in Inghilterra (basato sul film del 1983), ma che ha avuto meno successo a livello mondiale: non è mai arrivato a Broadway e la recente riedizione dello scorso settembre presso lo Shaftesbury Theatre ha chiuso i battenti prima del previsto, a gennaio 2011. Non molto tempo fa la Stage Entertainment ha indetto le audizioni per Sister Act (tutti ricordiamo il film con Whoopi Goldberg) che debutterà tra qualche mese.

Ovviamente il musical non appartiene alla nostra tradizione culturale – lo dice in primo luogo il termine che lo identifica. Il teatro con musica, con molta musica, in Italia, anche quello leggero, ha altre radici e altre estrinsecazioni (vedi questa intervista con Pietro Garinei). E va benissimo. Il travaso è anche una forma di comunicazione, e la comunicazione arricchisce. Quando la prima ondata dei musical angloamericani arrivò in Italia, all’inizio degli anni ’90, da noi c’erano pochi interpreti adatti, che sapessero ugualmente cantare, danzare e recitare; solo in seguito sono sorte scuole specializzate. Perfetto.

Forse però la lezione che il grande musical dovrebbe insegnarci non è tanto nella sua serie di bellissime canzoni o coreografie, quanto nella sua autenticità. Nella sua capacità di inventare, o adattare, storie forti che interpretino i sentimenti del loro tempo, e lo facciano in maniera così efficace da restare impresse nelle menti per decenni; nella capacità, o esigenza, di dar vita a un racconto che non sia una fotocopia (magari conforme all’originale, ma pur sempre una fotocopia), a uno spettacolo che il pubblico vada a vedere non solo per essere confortato da qualcosa che già conosce. Sbaglio?

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