lunedì 27 giugno 2011

Pieni del nostro tè. Quando l’amore non colma le distanze

Foto: seier + seier
Tempo fa ho fatto un viaggio in Giordania e ho conosciuto Amir, guida turistica, uomo simpatico e piacente. Mi ha offerto una tazza di tè in un piccolo locale a Jerash, il secondo sito archeologico della Giordania dopo Petra. Dolcissima e bollente, la bevanda (detta con ironia “il whisky dei beduini”) offriva un sorprendente ristoro dalla calura.

“C’è una bella storia sul tè” ha detto Amir. “Un gruppo di europei va a visitare un anziano e saggio uomo d’Oriente. Gli europei gli chiedono di trasmettere loro la sua profonda saggezza; l’uomo acconsente, ma prima vuole offrire il tè agli ospiti. Un servitore porta alcune tazze già piene, e il saggio prende la teiera e vi versa ancora del tè, finché la bevanda non traborda e si spande sul tavolo. Gli europei gli domandano perché mai versi del tè in tazze già piene, e lui risponde: vedete, io non posso darvi la mia saggezza, perché siete già pieni del vostro tè. In altre parole, siete già colmi della vostra cultura e non potete assorbirne un’altra.”

Amir è stato sposato con una donna italiana. “La conobbi qui in Giordania. Era venuta per lavoro; aveva una posizione dirigenziale in un’agenzia di viaggi italiana ed era stata invitata dal nostro Ministero del Turismo. All’epoca io lavoravo nella polizia turistica nell’area di Wadi Rum.”

Wadi Rum è una vallata piena di pace, nel deserto dalla sabbia rosa. La notte sembra di poter catturare le stelle con le mani. “Aveva in programma di restare due giorni. Ma il paesaggio, e il contatto con la società beduina, le piacquero moltissimo; mi disse che quel luogo le dava sensazioni straordinarie e che le pareva di aver trovato se stessa. Finì per trattenersi una settimana intera. In quei giorni parlammo a lungo, trovammo molti punti in comune e cominciammo ad amarci. In seguito lei tornò diverse volte, per rivedermi, finché non decidemmo di sposarci. Io lasciai il mio lavoro e mi trasferii in Italia. Lei era convinta che in Giordania non avrebbe mai trovato un buon lavoro e che per me fosse più facile inserirmi nel suo paese e trovare un’occupazione.”

Wadi Rum. Foto: evilijohnius
Ma non fu così. “Vivevamo in una piccola città, che forse non offriva troppe opportunità; ma anche nei grossi centri, a me sembrava che in Italia ci fosse poco lavoro e che per uno straniero fosse quasi impossibile trovare un impiego. Lei non se ne rendeva conto. Per la sua attività viaggiava molto e sapeva tanto di ogni parte del mondo, ma paradossalmente non sapeva niente della situazione italiana, economica e politica.”

Il problema più grave, però, secondo Amir, era un altro. “Il divario tra le rispettive culture, quella europea e italiana, e quella araba con la sua eredità millenaria e la sua parte islamica, era incolmabile. Ora, io non sono un uomo religioso. Ho letto i testi dell’Islam, ho letto anche la Bibbia, ma non ho abbracciato nessuna confessione. Le discipline religiose del mondo islamico appartengono per me a un mondo di tradizione e leggenda; riguardo al pensiero cristiano, invece, devo dire che non mi trovo a mio agio con il concetto di peccato. Tu nasci, non hai fatto niente di male eppure sei già imperfetto; Cristo è morto in croce per riscattarti e tu erediti il sacrificio della sua crocifissione. Su questi argomenti mi trovavo pienamente d’accordo con la mia ex moglie.”

Gli domandai cosa intendesse, allora, quando parlava di divario. “Ti faccio un esempio” rispose. “Un giorno lei vide in televisione un programma sui rapporti tra uomini e donne nei paesi arabi; a un grande esperto di cultura islamica era chiesto di spiegare le ragioni della poligamia. L’intervista era in italiano e non ci capivo niente, ma capivo una cosa: gli argomenti erano semplificati e si parlava solo degli aspetti negativi della cultura islamica. Per di più nel mio paese la mentalità è molto elastica; per le strade della Giordania si vedono anche donne vestite alla maniera occidentale, e oggi a nessun giovane salterebbe in testa di trovarsi quattro mogli… cercai di spiegarlo alla mia ex, ma mi resi conto che le mie affermazioni avevano per lei un significato completamente diverso, e che non c’era nulla da fare.”
La moschea di Abu Darweesh ad Amman. Fonte: Wikimedia Commons
Amir iniziò a provare un’acuta nostalgia di casa. “Telefonavo a mia madre una volta a settimana. Per la mia ex moglie era troppo; diceva che avevo un comportamento infantile. Non era vero: io chiamavo mia madre per rispetto, per l’amore profondo che nutro per lei. Da noi i rapporti umani sono molto più caldi che da voi. Quando due culture così lontane si confrontano non c’è un pulsante da premere… et voilà, hai la mentalità di un italiano! O quella di una donna araba. Da parte di entrambi avrebbe dovuto esserci un grande esercizio di compensazione; ma la compensazione era contro gli ideali della mia compagna.”

A lui, invece, pareva di cercare un compromesso. “Credo che lasciare il mio paese sia stato un grande passo in questa direzione; mi ero sradicato solo per stare con lei. Ma dopo alcuni mesi lei cominciò a sembrarmi molto diversa dalla donna che avevo conosciuto in Giordania. Anche lei aveva la stessa sensazione nei miei confronti. E poi stavo tutto il giorno in casa a non far niente… ero completamente a suo carico. Questo mi rendeva molto nervoso.”

E allora Amir cominciò a bere. “Una sera erano venuti a casa alcuni suoi amici. Ero ubriaco, e a un certo punto li cacciai gridando: la festa è finita, fuori di qui! Lei mi accusò di avere disturbi psichici, e io le dissi che aveva ragione, e che dovevo andarmene. Uno scrittore arabo, Mohammed Abdel Halim Abdulla, dice: quando cominci ad andare verso il peggio, che tu lo stia facendo intenzionalmente o per via delle circostanze, devi svegliarti prima di arrivare al limite, perché se lo passi arrivi al fondo. E il fondo è un luogo senza ritorno.”

Petra. Foto: Charlie Phillips
Amir tornò in Giordania e trovò subito lavoro come guida turistica. Guadagnava bene. “Era un ottimo periodo per il mio paese; venivano migliaia di turisti da tutto il mondo. La mia ex parla benissimo inglese e tedesco e avrebbe avuto ottime possibilità di trovare lavoro a sua volta come guida. Le telefonai più volte chiedendole di raggiungermi, ma rispose sempre di no. Avrei forse potuto lavorare per qualche tempo, mettere da parte un po’ di soldi e tornare da lei, ma non lo feci. L’ultima volta che la chiamai mi disse che avrebbe cominciato a preparare i documenti per la separazione. Così è finita. E poi il tempo ha cancellato tutto.”

Qualcosa nella sua storia non mi convinceva. Gli domandai se davvero ritenesse impossibile lasciare i propri luoghi di nascita e crearsi una vita soddisfacente altrove; dopotutto, lo fanno in molti. “Credo che sia possibile solo per coloro che non sono profondamente radicati nella cultura del loro paese. Se la tua cultura fa indissolubilmente parte di te, se ne fa parte la musica del tuo paese, la civiltà, non potrai mai assorbirne di nuove.”

Gli feci notare che lui mostrava di conoscere piuttosto bene la cultura italiana, l’arte, la musica… “Non è questo il punto” rispose. “Non si tratta di istruzione. Nel corso di una vita si può imparare moltissimo delle culture di ogni paese, ma nulla che possa più parlare all’anima. La tua anima è già colma della civiltà che hai assorbito nel tuo paese, e di essa si nutre. Io posso andare in Toscana e visitare chiese, musei, vedere splendidi tesori d’arte e goderne, ma la mia anima ha bisogno dei colori arabi, che sono a loro volta diversi da quelli indiani o africani.”

Amir si è risposato con una donna del suo paese. “Rispetto ancora moltissimo la mia ex moglie italiana, e la rispetterò sempre. E’ una donna straordinaria e molto solida. Non ho nulla da rimproverarle; se lo facessi, rimprovererei anche me stesso.”

Ho voluto condividere questa testimonianza. Quello che mi colpisce di più, nella vicenda di Amir (il nome è fittizio, anche se lui mi ha autorizzata a scriverne) e della sua ex, è che nessuno dei due manifestò neppure l’intenzione di imparare la lingua dell’altro; comunicavano in inglese, una terza lingua per entrambi, un terreno “altro”. Forse è vero, dunque, che erano entrambi troppo pieni del loro tè.

5 commenti:

  1. Rituccia mia, il racconto della tua esperienza col té bollente e del suo arcano ristoro dalla calura mi ha fatto risentire il sapore dolcissimo (e la nostra sorpresa per il suo effetto dissetante) di quello che un pastore arabo offerse (e guai se lo avessimo rifiutato) a tua madre e a me, piú di 70 anni fa, sulla soglia della sua zeriba, seduti sulla sabbia del deserto libico tra lo sterco delle capre. Io non avevo ancora 10 anni e lei poco meno di 16.
    Ho amato la storia di Amir e della sua moglie italiana, che é carica del fatalismo, e allo stesso tempo della saggezza, arabi e il cui contenuto, che parla di contatti e di convivenza forzati con altre culture, in terre lontane, tocca me molto da vicino. Grazie di cuore e bacioni.

    RispondiElimina
  2. Bellissima testimonianza. L'immagine del tè è perfetta: siamo come un computer, più di tanto, nella zucca e nell'anima, non c'entra; se si vuole fare, bisogna svuotare la memoria e disfarsi disfarsi disfarsi.

    Ps: venga a ridere da me, quando può, lo sa che ci tengo alle sue risate.

    RispondiElimina
  3. Grazie, zio, e grazie, Larry (è vero, sono stata lontana troppo a lungo... vengo subito a rifarmi lo spirito che ne ho bisogno!)

    RispondiElimina
  4. Ricordo un commento di un mio caro amico, nostro assistente spirituale ai tempi dell'università: "Per far funzionare un matrimonio si ha bisogno di amore, ma anche comprensione, pazienza, ascolto. Per far funzionare un matrimonio misto -per razza, cultura, religione- si ha bisogno di amore, ma anche comprensione, pazienza, ascolto."
    Questo solo per dire che l'unione di due persone è sempre una miracolosa alchimia che senza fatica e volontà non si realizza mai. Credo che sia emblematico il fatto che nessuno dei due avesse scelto di imparare la lingua dell'altro. Siamo tutti isole e se vogliamo divenire arcipelaghi, dobbiamo lanciare ponti, costruire strade. Ed il linguaggio è il più grande strumento che abbiamo per unirci, per entrare in simbiosi, per trovare comunicazione e comunione.

    RispondiElimina
  5. Sono assolutamente d'accordo, Maribea. Hai sviluppato con molta chiarezza, e partecipazione, l'idea alla quale avevo solo accennato alla fine dell'articolo. Grazie.

    RispondiElimina