martedì 23 agosto 2011

23 agosto 79: l’ultimo giorno di Pompei

Penelope Filacchione per non solo Mozart 
Dominique Sanchez @flickr
Era il 1763 quando il ritrovamento di un’iscrizione permise di stabilire che l’area della “Civita” vicino Napoli altro non era che l’antica e perduta Pompei: da quel momento, per volontà di Re Ferdinando IV, iniziarono gli scavi intensivi, recuperando affreschi e statue che andavano ad arricchire la Reggia di Portici e il Museo Ercolanense. Gli scavi, condotti con criteri inizialmente discutibili, nel tempo non solo presero un carattere più scientifico, ma divennero una vera e propria palestra per le discipline archeologiche e del restauro. Ai nostri tempi, e nonostante gli episodi di incuria e la cattiva fama della quale a volte gode il nostro Paese, Pompei rimane una delle aree archeologiche più visitate del mondo. Oltre alla dimensione straordinaria dell’area, è l’aspetto intero della città che attrae tutti noi: un po’ per via dell’effetto della lava vulcanica che il 24 agosto del 79 d.C. seppellì la città per restituircela intatta dopo quasi due millenni, un po’ per le “ricostruzioni” fatte con il metodo dell’anastilosi voluto dal direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli (1861-1875), nessun luogo come Pompei ci fa sognare.

In effetti, se c’è stato un momento della vita in cui ciascuno di noi ha fantasticato di poter viaggiare indietro nel tempo almeno per qualche ora, senza dubbio questo è avvenuto durante la visita a Pompei. E se questo si avverasse?
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Eccoci qui, improvvisamente proiettati sulle strade di Pompei: una cittadina piuttosto grande e popolosa, per la quale si prevedeva uno sviluppo possibile fino a 60 ettari, anche se poi ne furono occupati solo 40. La sua posizione su uno sperone vulcanico a 25 metri sul mare, dominante un’importante insenatura naturale, la rendeva il porto dei centri dell’entroterra campano, in concorrenza con le città costiere greche: i fondatori di Pompei dell’VIII secolo erano infatti quasi certamente Oschi, quindi appartenenti a un ceppo italico diverso da quello dei dominatori greci delle coste.

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La pianta aveva uno sviluppo regolare, a reticolo, con isolati di dimensioni prestabilite e le funzioni ben divise per centri di interesse, tra il Foro e le porte. Non mancava alcun tipo di servizi, dalle fontane nei crocicchi, alle terme, le trattorie, i templi, le latrine pubbliche fino ai 25 lupanari per ogni necessità dei suoi ospiti!

Il 23 Agosto del 79 d.C. a Pompei l’attività ferve: il terremoto del 62 ha danneggiato molto la città, quindi diversi edifici sono in fase di restauro. Si approfitta sia per ricostruire le ville signorili secondo il gusto recente, sia per restaurare gli edifici pubblici e rivedere il piano urbanistico della città secondo le nuove esigenze. Ci troviamo in una città che vuol essere all’avanguardia in fatto di servizi: il centro è completamente pedonalizzato, l’acqua è reperibile ovunque, le attività produttive più pericolose si svolgono in periferia.

Proviamo l’ebbrezza di vivere ventiquattr’ore da “pompeiani doc”: dalla preghiera del mattino alle occupazioni lavorative, ci muoviamo tra tabernae e cauponae, quindi ci avventuriamo nel Foro, dove ascoltiamo i commenti della gente sulle recenti elezioni politiche; i nomi dei candidati sono ancora freschi di vernice sui muri degli edifici, che già la gente pensa a quello che accadrà l’anno prossimo, quando di nuovo si voterà ad Agosto e, forse, gli sconfitti avranno un’altra occasione.

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Ma, come dicevano gli antichi: “Sei ore di lavoro bastano, le altre ore del giorno gridano ai mortali un chiaro richiamo: vivi!”. Seguiamo il consiglio e dopo un pranzo rapido e frugale ci avventuriamo alle terme oppure, se è una giornata festiva, già dalla mattina siamo andati a teatro – c’è da scegliere: commedia o gare poetiche? –, all’anfiteatro ad assistere ai ludi gladiatori, al tempio per presenziare a un rito ufficiale. O magari abbiamo la ventura di imbatterci in una processione dionisiaca.

Se la Campania è devota a Ercole – mitico fondatore di Ercolano – in realtà i suoi abitanti si sentono molto più legati a Dioniso, la divinità che ha diffuso la vite tra gli uomini: ai grappoli dorati e al vino i pompeiani devono la maggior parte del loro benessere, lo sanno bene i proprietari della “Villa dei Misteri”. Il Vesuvio è un padre generoso: la terra lavica è fertile e perfetta per la coltivazione di alcune specie di vite, dalle quali trarre vini rinomati.

Molte famiglie campane sono debitrici del Vesuvio: Eumachia – imprenditrice e patrona dei fullones (i tintori) – è figlia di un importante mercante di vino; Gaio Sergio Orata, allevatore di ostriche su vasta scala, studiando le solfatare inventa un sistema per scaldare artificialmente l’acqua per i vivai e si arricchisce con un “brevetto” per scaldare i bagni termali. Allevatori di ovini che pascolano sulle pendici del vulcano introducono sul mercato lane di qualità per i tessuti. Lo zolfo stesso è un importante elemento chimico per la produzione di pigmenti, medicinali e disinfettanti esportati un po’ ovunque; la pozzolana – la “terra vetrosa” di Puteoli – è l’ingrediente fondamentale per la malta idraulica ed è esportata in tutto l’impero.

E così, nel giro di due o tre generazioni i ricchi abitanti di Pompei si sono lasciati alle spalle i modi frugali di antichi pastori e contadini, prendendo i gusti dei cittadini più cosmopoliti: la città vanta il titolo di Municipio, ha la sua autonomia amministrativa che la rende, per certi versi, la prima “succursale ufficiale” di Roma, cosa di cui gli abitanti sono molto fieri.

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Dall’epoca della dinastia Giulio Claudia (I sec. d.C.) la Campania è poi diventata un luogo di villeggiatura alla moda: nelle cittadine costiere, tra Napoli e Sorrento hanno casa Cicerone, Poppea, Tiberio, Nerone… le ville si sono moltiplicate, il fasto delle dimore per l’ozio ha preso il posto delle case rustiche e il gusto per il lusso si diffonde tra i pompeiani.

Gli operosi cittadini non hanno dimenticato le loro origini, sono oculati nelle scelte e nelle spese, ma il terremoto è stato l’occasione per rimodernare anche le abitazioni private: tra Pompei ed Ercolano non mancano le belle domus di famiglie di nobiltà recente – acquisita con il censo – organizzate e decorate secondo le ultime novità di Roma. E gli abitanti di queste case non rinunciano neanche a mostrare con orgoglio i loro averi: servizi da vino in vetro, in bronzo, in argento, che servono a esibire lo status raggiunto di fronte agli ospiti invitati a cena. Nei forzieri si conservano monete e gioielli, le case vantano un certo numero di schiavi, le industrie sono fiorenti, tutto sembra promettere un futuro di solida affermazione economica e politica.

Ma all’alba del 24 agosto del 79 d.C. il “Padre Vesuvio” tradisce i suoi figli: inizialmente è solo un brontolio sordo, di quelli ben noti agli abitanti della Campania Felix, poi una nube “nera e minacciosa, dalla forma di un pino” (così riferisce Plinio il Giovane) si leva dalla cima del vulcano. Verso l’ora di pranzo si capisce che le cose non vanno: è improvvisamente notte, non basta cercare rifugio in casa, l’aria si fa irrespirabile e le prime vittime cadono soffocate ancora prima che cenere, lapilli e lava arrivino a coprire ogni cosa.



Uno dopo l’altro esplodono i crateri; l’eruzione si accompagna al terremoto, poi al maremoto (la linea costiera di Ercolano risale di oltre venti metri rispetto la città), non c’è modo di trovare scampo. Le navi dei soccorsi arrivano, ma il vento contrario rende difficoltoso tornare verso Napoli, verso il Capo Miseno, fuori dalla portata della nube sulfurea che si spande verso sud lungo la costa. Si calcolano circa ventiquattr’ore di attività eruttiva ininterrotta; poi altre quarantotto prima che le città scompaiano per sempre, sigillate sotto una coltre impenetrabile.

Quando, dopo mille e settecento anni, si ritrovarono i resti di quelle città, agli occhi degli uomini moderni si rivelò un mondo sconosciuto: quello di un’antichità non algida di marmi immacolati, ma colorata, esuberante, perfino un po’ pacchiana. Un’antichità che si racconta attraverso il gusto per la vita aperto, solare e sensuale di un popolo profondamente mediterraneo come era, a ben vedere, quello degli antichi “romani”.

Articolo di Penelope Filacchione, storica dell’arte, tra i fondatori de La Serliana.

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