lunedì 26 settembre 2011

“Le due vite di Elsa”. Ultime recensioni

Le due vite di Elsa: un'anima divisa a metà. Recensione/intervista di Alessandra Stoppini per il Recensore.com
Nel romanzo “Le due vite di Elsa” di Rita Charbonnier (Piemme, 2011) nell’Italia che si trova sotto il dominio fascista, una giovane donna lotta per affermare se stessa, per crescere, per acquisire una sua dignità. Nella Roma dei primi anni Trenta del XX Secolo la ventenne Elsa Puglielli figlia dell’architetto Giacinto è costretta a vivere in una cripta rappresentata dal villino di famiglia situato “in un quartiere periferico in collina”. Nell’abitazione in puro stile liberty “stagnava ovunque un amaro odore di rinchiuso, le finestre erano piccole, le stanze buie e l’arredamento evocava il Medioevo”. L’immaginazione di Elsa si scontra con il pragmatismo della zia Olga che ha allevato sia la giovane sia il fratello Michelangelo dopo la scomparsa della loro madre Ginevra. La timidezza e l’estrema sensibilità di Elsa è scambiata dai suoi familiari per isteria, presunta tara che la ragazza secondo zia Olga ha ereditato dalla madre.
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Le due vite di Elsa. Recensione di Mariangela Celiberti per Lo Schiaffo
Elsa vive a Roma, negli anni del fascismo. Balbetta e soffre di crisi di nervi: caratteristiche che una ragazza come lei, appartenente ad una famiglia ricca e conosciuta della città, non dovrebbe possedere. Suo padre decide così di farle recitare la parte di Anita Garibaldi in un’opera teatrale di dubbio valore artistico, affinché possa superare il problema della balbuzie. Elsa, anima combattuta e fragile, trova proprio nel personaggio di Anita, forte e valoroso, un modo per evadere dalla gabbia dorata in cui è rinchiusa e vagare nel mondo che lei sente appartenerle. Ma il legame che avverte con la sua eroina, la vita che le appare in sogno, così reale e intensa, non si addicono a ciò che suo padre e sua zia si aspettano da lei. Giudicata pazza, viene rinchiusa in una clinica in Svizzera. E proprio lì, grazie all’aiuto di un medico che prende a cuore la sua vicenda, scopre cosa davvero si celi in fondo al suo dolore, riportando alla luce i segreti sepolti della sua famiglia, oltre a sentimenti e passioni rimasti sopiti per troppo tempo…
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Le due vite di Elsa. Recensione/intervista di Donata Zocche per Easy (EZ) Rome
Alcune vite, nella loro dimensione più personale e individuale, sono il riflesso di altre universalmente note e passate alla storia. Come nel romanzo “Le due vite di Elsa”, di Rita Charbonnier, edito da Piemme. Balbetta e cade in preda a crisi di nervi, Elsa, la protagonista, ma il destino, con il suo tocco imprevedibile, la porterà prima a recitare nel ruolo di Anita Garibaldi, poi a venir rinchiusa in una clinica psichiatrica. Sarà dura e avventurosa la lotta per spezzare le catene della repressione e correre incontro alla propria vita, come l’eroina dei due mondi, da cui Elsa trae forza e ispirazione: ‘Una donna priva di padroni. Una guerriera. Lei non era trasportata dal vento, oh no; lei il vento lo fendeva galoppando.’ Riesce magistralmente, Rita Charbonnier, nel non facile compito di inserire una delicata storia personale, fatta di lotta all’oppressione, nel più ampio sfondo storico di una Roma fascista buia e repressiva. Un romanzo appassionante, dai personaggi indimenticabili.
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Blog-intervista: Vivere con Lentezza e Message in a Book
Il tuo ultimo romanzo, pubblicato da Piemme edizioni, è “Le due vite di Elsa”. Ce ne vuoi parlare?
La protagonista è una ragazza di vent’anni che vive a Roma nel 1931, quindi in piena era fascista. Oppressa da restrizioni sociali e familiari, non riesce a essere se stessa e a tratti non riesce nemmeno a esprimersi con le parole. Nella speranza che superi la balbuzie, il padre decide di farla recitare in teatro: l’incontro con il personaggio che interpreta, quello di Anita Garibaldi, è per Elsa l’inizio di un percorso di scoperta delle parti di sé nascoste e sopite.
Rita Charbonnier non nasce come scrittrice ma, piuttosto, come attrice. Raccontaci la tua esperienza, e gli incontri che hanno lasciato il segno.
Sono stati tanti… ho debuttato con Lucia Poli, ho lavorato con il Teatro della Tosse di Genova, con La Contrada di Trieste e con il Teatro Stabile dell’Aquila; ho fatto la coreuta nei teatri della Magna Grecia, ho lavorato negli spettacolini del sottobosco teatrale romano e ho interpretato ruoli primari nella commedia musicale in grandi teatri; sono stata diretta da Antonio Calenda, Aldo Trionfo, Tonino Conte… e infine ho lavorato con Nino Manfredi, un artista grandissimo, come sappiamo tutti, spesso paragonato a Sordi al quale secondo me era superiore, per la capacità che aveva di rappresentare amorevolmente la piccola anima misera che c’è in ognuno di noi.
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