Penelope Filacchione per non solo Mozart
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| Picasso ritratto da Irving Penn (fonte: Flickr) |
Come accade ad ogni Genio (ed Eroe) che si rispetti, l’alone di predestinazione circonda il nostro fin dalla nascita: il neonato, apparentemente morto, che resuscita per il fumo di un sigaro; il bambino che si salva per ben due volte dalla terribile scarlattina, che invece uccide la sorellina Conchita; il padre artista che rinuncia ai pennelli di fronte alla bravura del figlio.
Il Fato sembra avercela messa tutta, ha fatto le cose per bene: Picasso ha goduto di ben 92 anni di vita per rivoluzionare completamente il mondo dell’Arte, anche se in realtà di anni ne ha impiegati molto meno per raggiungere questo obiettivo.
E’ difficile raccontare Picasso, per varie ragioni: da un lato gioca a sfavore il “personaggio” costruito attorno alla persona – costruzione avviata dallo stesso Picasso, ma volentieri alimentata dalla critica – che ci impedisce di cogliere in profondità alcuni aspetti di un carattere a prima vista contraddittorio ed istrionico; d’altro canto è il modo stesso di procedere dello spagnolo nel campo dell’Arte a metterci in difficoltà.
Nel Novecento la quasi assoluta libertà di espressione degli artisti – raramente condizionati a priori da una committenza specifica – permette loro di spaziare come meglio credono dall’uno all’altro stile, di avviarsi in una direzione e tornare indietro laddove incontrano un vicolo cieco, di abbracciare un’idea, abbandonarla e poi magari riprenderla dopo un decennio. Picasso lavora appunto in questo modo. Se poi a questo aggiungiamo una straordinaria produttività ed una vita lunghissima, in cui il successo raggiunto dall’artista è stato tale da svincolarlo anche da qualunque “dovere morale” nei confronti del suo pubblico, l’impresa narrativa diventa davvero ardua. Ma noi vogliamo raccontare una storia e, per farlo, dobbiamo individuare almeno i punti fermi di una cronologia.








