Cinque domande a Ben Pastor

Il Signore delle cento ossa
di Ben Pastor, Sellerio
Sono molto lieta di concludere con Ben Pastor il trittico delle interviste con le autrici dei “Libri dell’anno” (scorso) nominati dagli ascoltatori di Fahrenheit. Riportare informazioni biografiche su una nota scrittrice è forse ridondante, ma ci proverò. Nasce a Roma e qui si laurea in lettere con indirizzo archeologico, dopodiché si trasferisce negli USA e sposa un ufficiale dell’aviazione militare (“Scrivo di soldati” sono le prime parole con le quali lei stessa si presenta sul suo sito). Dopo una rapida carriera accademica diviene docente universitaria di Scienze Sociali ed esercita presso diverse università americane, tra le quali un “college” militare, pubblicando numerosi saggi e articoli. Parallelamente inizia un’attività letteraria, in lingua inglese, scrivendo racconti e novelle nel genere del giallo storico e della “ghost story”, che ottengono il plauso della critica. Il suo primo romanzo, Lumen, è del 2000 (a febbraio Sellerio ne pubblicherà una nuova edizione). Vi compare per la prima volta il personaggio di Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco nella seconda guerra mondiale e collaboratore dei servizi segreti - un gentiluomo di antica nobiltà guerriera dal temperamento severo, roso da una contraddizione: ha giurato obbedienza all’esercito e non può ribellarsi, ma cresce in lui la consapevolezza degli orrori dei nazisti, che disprezza per odio politico, per arroganza aristocratica, perché offendono il suo senso etico ed estetico. I successivi romanzi del ciclo di Martin Bora sono stati pubblicati in numerosi Paesi; il più recente è appunto Il Signore delle cento ossa. (Per informazioni più approfondite sulle altre pubblicazioni di Ben Pastor vi rimando a Wikipedia).

Acquisita la cittadinanza americana senza rinunciare a quella italiana, perfettamente bilingue, Ben Pastor continua a scrivere in inglese, la sua lingua letteraria; quindi noi leggiamo i suoi romanzi in traduzione (il più delle volte di Paola Bonini, che ha anche tradotto quest’ultimo romanzo). “Mi sembra che questo dimorare sull’intrigante margine fra culture mi racconti meglio di qualsiasi altro dettaglio biografico” afferma la scrittrice. “Dall’esterno posso apparire affascinata da dicotomie inconciliabili: guerra e pace, passato e presente, crimine e giustizia, maschio e femmina, potere e mancanza di potere… Ma come è vero per i confini naturali, cioè che esiste sempre una terra di nessuno, mi rendo pienamente conto di tutto ciò che vive e brulica fra due opposti; ed è qui che come persona, scrittrice e studiosa preferisco passeggiare.”

1. Il Signore delle cento ossa si colloca cronologicamente prima degli altri romanzi del ciclo; vi troviamo un Martin Bora agli inizi della carriera, alla vigilia dello scoppio della guerra. Siamo quindi anche alle origini del conflitto interiore che contraddistingue il personaggio. Che cosa ha rappresentato per lei, come autrice, l’esplorazione di questo territorio?

In realtà Martin Bora ha esordito come militare e come investigatore in un romanzo che si svolge nel 1937 durante la guerra civile spagnola (La canzone del cavaliere, Hobby & Work). Alle prese con un morto eccellente, il poeta Federico Garcia Lorca, è tuttavia ancora un giovane volontario idealista in terra straniera. Il Signore delle cento ossa lo presenta in ambito tedesco, in un sistema che sta già cominciando a impazzire (siamo solo pochi mesi dopo la “Notte dei cristalli” e i primi eccessi antisemiti). Questo comporta una presa di coscienza, se non ancora di posizione, che informerà il percorso del protagonista negli anni e nei romanzi a seguire. Per chi scrive, direi che costruire gli esordi di un personaggio di cui si conosce già parzialmente il futuro offre un’occasione squisita: infatti, permette di dare la forma desiderata a ciò che proietterà le ombre sul suo cammino. Nel caso di Bora ho avuto modo di esplorare influenze familiari e religiose, l’internazionalismo della sua educazione, le sue ribellioni giovanili: ognuno di questi elementi avrà un gioco nelle sue scelte future. È stato un po’ come aprire un bocciolo o un seme per vedere quanto della pianta a venire sia leggibile (o immaginabile) all’interno.

2. Come è cambiata, nel tempo, la sua relazione con Martin Bora, e come è cambiata la relazione di Martin Bora con lei?

Astuta domanda. Va al cuore della reciprocità che si instaura fra i romanzieri e i loro personaggi principali. Come molti scrittori, ho l’impressione che in realtà il processo creativo sia un’attenta mescolanza di osservazione e di tecnica. Inoltre, sono convinta che qualcuno come Martin Bora (a parte il suo avatar storico, Claus von Stauffenberg) sia esistito, e che si tratti di ascoltare e descrivere ancora prima che scrivere. Disegnata, certo, ma anche desunta da quel che sappiamo del milieu di centinaia di giovani ufficiali come lui, la sua personalità è completa, reattiva, indipendente quanto quella di qualsiasi figlio che alleviamo ma che appartiene prima di tutto a se stesso. Nel tempo ho imparato a fidarmi di alcune sue decisioni, a lasciarlo fare anche quando sapevo che stava sbagliando; puntualmente Martin mi informa e rende partecipe – ma fino a un certo punto. Così fanno i figli adulti, e così deve essere.

Fonte: El Paìs
3. Lei, che nella narrativa predilige argomenti così poco “donneschi” e che, come studiosa, si occupa anche di femminismo in letteratura, ritiene che l’attività di una scrittrice si differenzi dall’attività di uno scrittore? Esiste una “scrittura femminile”?

Questa annosa questione, per come la vedo io, è una non-questione. A mio avviso, l’artista più riuscito è quello il cui lavoro (scritto, dipinto, musicato) non è ascrivibile alla sua appartenenza sessuale. In realtà mi sembra che si debba distinguere fra una letteratura di argomento e ambiente femminili e la “scrittura femminile”. Madame Bovary e Solomon’s Song, entrambi romanzi con forti protagoniste, sono capisaldi della letteratura tout court, non importa che ne siano autori un uomo come Gustave Flaubert e una donna come Toni Morrison. La loro voce è totalmente inclusiva. Per “scrittura femminile”, non a torto, si intende l’uso di una voce che esclude per timbro, tono e scelta delle parole il mondo esterno a quello delle donne. Come esistono scrittori “per uomini” (negli Stati Uniti, ad esempio, molti autori di western e thriller tecnologici), esistono scrittrici “per donne” (Barbara Cartland, un nome per tutte). Ma perché limitarsi? Nella mia esperienza accademica e nelle mie frequentazioni di alcune delle grandi scrittrici di pedagogia femminista, ho imparato che la questione della donna si combatte realmente su pochi fronti: eguaglianza salariale, rispetto reciproco, pari opportunità. Il resto, da una parte e dall'altra, è spesso solo tendenzioso commentario.

4. Come lettrice, i suoi autori preferiti sono solitamente donne o uomini? E perché?

Dati i miei interessi, specialmente per quel che riguarda la storia contemporanea e militare, mi trovo a frequentare una maggioranza di autori maschi. Ma ci sono grandi eccezioni: per esempio, il miglior saggio sul soldato sovietico è di Catherine Merridale, e quanto all’antichità, altro mio forte interesse, ho trovato stelle femminili di prima grandezza: Eva Cantarella, Karen Dixon e Pat Southern, Ann Hyland. Dal punto di vista della narrativa, anche se dalla mia lista di autori favoriti sembrerebbe emergere una predilezione per gli uomini, in verità si tratta ancora una volta di scelta degli argomenti trattati. Il “problema” semmai è a monte: non mi interessano particolarmente le storie d’amore, le saghe familiari, i romanzi di domesticità quotidiana: e questi spesso sono il soggetto preferito di molte – anche ottime – scrittrici. Dato che scrivo in inglese, i miei riferimenti letterari sono in quella lingua: tra le mie preferite sono la già citata Toni Morrison, Emily Dickinson (una “falsa” cantrice di domesticità), e perfino la grande e quasi dimenticata Harriet Beecher Stowe.

5. Le statistiche ci dicono che le donne leggono più degli uomini. D’altra parte, i libri più “visibili” (premiati, o che entrano in classifica) sono più spesso scritti da uomini. Ritiene si tratti di una contraddizione rilevante? E a che cosa è dovuta?

Mi pare che queste statistiche siano particolarmente vere per l’Italia, molto meno per altri paesi. Non sono affatto sicura di sapere perché si prediliga premiare autori di sesso maschile. Mi sembra di capire che politiche editoriali, amicizie e favori incrociati non siano estranei ad alcuni ambienti di giurie letterarie e di premiazioni: se questo è anche solo parzialmente vero, allora una preponderanza di pubblico femminile (o di qualsiasi pubblico) non gioca un ruolo affatto rilevante nell’assegnazione dei riconoscimenti. In inglese si dice: It’s not what you know, it’s whom you know, ovvero: “Non è quel che sai, è chi conosci”. Dobbiamo desumere che i maschi sgomitano più delle donne quando si tratta di ricevere premi? È del tutto possibile, ma qualsiasi tipo di prepotenza o ingerenza nulla ha a che vedere con la qualità intrinseca. Le mie colleghe femministe sarebbero d’accordo…

Molte grazie a Ben Pastor! E per maggiori informazioni su Il Signore delle cento ossa potete visitare questa pagina sul sito dell’autrice, dalla quale è possibile accedere a diverse recensioni. Qui sotto, il video trailer.



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