lunedì 16 gennaio 2012

Cinque domande a Silvia Ricci Lempen

Una famiglia perfetta
di Silvia Ricci Lempen, Iacobelli
Silvia Ricci Lempen, nata a Roma nel 1951, vive in Svizzera da diversi anni e ora risiede nella periferia di Losanna. Giornalista, docente universitaria e ricercatrice nel campo degli studi di genere, dottoressa in filosofia e femminista, è stata responsabile per anni del mensile Femmes suisses, quindi redattrice culturale di Le Temps. Dopo aver scritto per lungo tempo in francese, pubblicando in questa lingua diversi romanzi premiati, si è riappropriata della sua lingua materna come lingua letteraria; prossimamente uscirà il suo primo romanzo scritto direttamente in italiano. Bilingue e portatrice di due culture, rivendica una doppia appartenenza anche per quel che concerne le sue modalità espressive: la scrittura di riflessione e la scrittura letteraria, alla quale dedica oggi la maggior parte del suo tempo.

Una famiglia perfetta è stato pubblicato in francese nel 1991, con il titolo Un homme tragique; ha vinto il “Prix Michel Dentan” (premio di critica letteraria della Svizzera Romanda). Tradotto in italiano da Alessandra Quattrocchi, è uscito per Iacobelli nel 2010 ed è stato tra i dodici finalisti del “Libro dell’anno” 2011 del programma Fahrenheit. È un racconto familiare, autobiografico, nel quale un padre autoritario, cresciuto all’epoca del fascismo, avvelena la vita dei suoi cari – per amore e cecità; un’opera che analizza le dinamiche di potere tra generazioni e la linea che separa, o forse unisce, le scelte individuali e il destino collettivo.

1. Silvia, perché ha scritto questo libro? Da quale sua esigenza è scaturito?

Un homme tragique è stato il mio primo romanzo. Ho cominciato a scriverlo quando avevo già 34 anni, l’ho finito quando ne avevo 39 ed è uscito per il mio quarantesimo compleanno. Fino allora, avevo pubblicato centinaia di articoli sulla stampa e diversi saggi, ma non mi ero mai azzardata a scrivere niente di serio nel campo della narrativa, anche se sapevo sin da quando ero bambina che quella era invece chiaramente la mia strada. Sapevo però con altrettanta chiarezza di cosa doveva parlare il mio primo romanzo: di mio padre. E finché lui è stato vivo, non ce l’ho fatta. Mio padre è morto quando avevo 33 anni; ho aspettato ancora un anno perché avevo paura che non fosse morto per davvero e che potesse leggere ciò che stavo scrivendo da dietro la mia spalla – poi ho respirato a fondo e mi sono buttata.

Il mio primo romanzo doveva parlare di mio padre perché essere stata sua figlia ha determinato tutto il mio rapporto con il mondo, mi ha fatto conoscere il sapore della paura e del dolore, ha scavato in me il bisogno disperato di essere amata, ha acceso in me la passione delle idee che aiutano a capire il marasma della vita. L’esigenza era di conquistare la mia legittimità di scrittrice attraverso il racconto dell’esperienza fondatrice della mia esistenza. E infatti, dopo questo primo atto di liberazione, ho potuto finalmente cominciare a raccontare anche altre storie…

2. Perché ha deciso di farlo uscire in italiano solo alcuni anni dopo la pubblicazione in francese?

Di lingua madre italiana, ma perfettamente bilingue, avevo deciso di scrivere questo libro in francese per diversi motivi: perché vivevo in una regione francofona, perché il francese era già la mia lingua di scrittura come giornalista e ricercatrice, ma soprattutto perché scrivere in francese una storia autobiografica che si era svolta in Italia e i cui protagonisti parlavano italiano mi avrebbe permesso di prendere una distanza letteraria da una materia estremamente coinvolgente. L’idea della traduzione italiana mi spaventatava, come se il ritorno all’originale linguistico della storia potesse anullare il lavoro estetico da me compiuto sul vissuto. Tradurlo io stessa era impossibile, avrei finito con lo scrivere un altro libro; ma quale traduttore sarebbe stato capace di restituire in italiano, a partire dal racconto in francese, la vibrazione della storia originale, vissuta in italiano?

Se Alessandra Quattrocchi non si fosse lanciata spontaneamente nell’impresa, con coraggio e competenza, probabilmente il libro non sarebbe ancora tradotto. L’ho accompagnata durante i tre anni che è durato il suo lavoro, ma senza farle sentire troppo, almeno spero, il peso di una situazione inusuale, quello di un’autrice italofona che segue la traduzione di un suo libro nella propria lingua madre. E adesso sono veramente felice del risultato – e che questo libro in fondo italianissimo abbia potuto raggiungere il suo pubblico naturale.

3. Nel libro lei spiega, tra le altre cose, perché ha scelto di diventare femminista; e in un’intervista ha dichiarato: “Femminismo è una parola bellissima. Mi spiace che sia diventato quasi un insulto”. Perché lo è diventato?

In questo romanzo non parlo apertamente di femminismo, ma racconto la storia di una famiglia degli anni 1950-1970 stretta nella morsa dell’oppressione patriarcale – e la strada impervia percorsa da una giovane donna per liberarsene. Nella nostra attuale società postmoderna, caratterizzata in particolare dalla libertà dei costumi e dalla perdita dell’autorità dei genitori sui figli, si può avere l’illusione che il patriarcato sia oramai acqua passata, ma in realtà il potere simbolico del maschio continua a permeare la vita collettiva. Le sue forme sono forse meno vistose che all’epoca in cui i padri vietavano alle figlie, come faceva il mio, di mettersi in pantaloni o di andare in campeggio – ma tanto più subdole.

Essere femminista, oggi giorno, è diventato quasi un insulto perché significa agli occhi di molti non aver preso atto della presunta emancipazione ormai realizzata, insomma ostinarsi a portare avanti una problematica stantia; invece per me vuol dire aver capito che, malgrado le apparenze, il maschile rimane il punto di riferimento di tutta la nostra organizzazione sociale e della nostra cultura in senso lato. Ma questo è un discorso molto più difficile da far passare di quello che denunciava le discriminazioni più ovvie.

4. Le statistiche ci dicono che le donne leggono più degli uomini. D’altra parte, i libri più “visibili” (premiati, o che entrano in classifica) sono quasi sempre scritti da uomini. Perché si verifica questo paradosso?

Vladimir Nabokov ha scritto negli anni ‘50, cioè in fondo non tanto tempo fa: «Ho dei pregiudizi contro tutte le donne che scrivono. Appartengono a un’altra categoria». Magari, insomma, potranno scrivere dei buoni libri, ma non dei «grandi» libri, di quelli che meritano di essere considerati come rappresentativi dello spirito di un’epoca e degni di passare alla posterità.

Nell’ultimo romanzo della scrittrice americana Siri Hustvedt, pubblicato in inglese (Stati Uniti) nel 2011, c’è un brano molto divertente a questo proposito. La protagonista (una poetessa) commenta ironicamente la teoria psicologica secondo la quale le donne sarebbero più brave degli uomini nel campo dell’espressione verbale: «Ciò spiega perché da tanto tempo sono le donne che dominano la scena letteraria – neanche un uomo in vista. Certamente avrete notato come me che, quando si fa riferimento ai giganti della letteratura contemporanea, nella stampa universitaria come nei media popolari, la proporzione delle donne è schiacciante.»

Ma com’è che le donne, più numerose degli uomini a leggere letteratura, contribuiscono a perpetuare questa situazione? Ebbene, questo è il paradosso dell’interiorizzazione della dominazione, che si riscontra anche in tanti altri campi; ad esempio nell’uso, da parte dei giovani e delle giovani di pelle nera, di prodotti sbiancanti, perché questi giovani hanno assimilato l’idea che avere la pelle chiara è meglio che avere la pelle scura. Da secoli si va dicendo che la «vera» letteratura, la letteratura «universale», è quella scritta dagli uomini, tutto il sistema culturale e mediatico conforta inesorabilmente questo convincimento, e a questo sistema purtroppo aderiscono anche le donne, alle quali è stato insegnato da secoli a sottovalutare il proprio sesso. Secondo la stessa logica, del resto, le donne alle elezioni votano per gli uomini (se votassero in modo massiccio per le donne ce ne saremmo accorti) e magari se si devono far operare hanno maggior fiducia nel chirurgo maschio! Per questo il vero terreno sul quale bisogna oramai combattere il patriarcato è quello, sdrucciolevole assai, dell’inconscio collettivo.

5. Lei ritiene che l’attività di una scrittrice si differenzi in qualche modo dall’attività di uno scrittore? Esiste, a suo avviso, una “scrittura femminile”?

Chi scrive è un essere incarnato, è nato in un certo posto, a una certa epoca, in una certa famiglia, in una certa classe sociale, porta in sé la memoria di vicende personali e collettive… e ha un corpo, bello o brutto, sano o malato, femminile o maschile. Tutti questi fattori, intersecandosi, influiscono sul lavoro di creazione. Trovo quindi assurdo affermare che il sesso di chi scrive non conta, come fanno alcune scrittrici ansiose di non appiccicarsi in fronte l’etichetta «donna». Ma trovo anche assurdo voler dividere gli scrittori secondo il sesso. Il sesso, sia anatomico sia storico (cioè, la somma di esperienze che l’appartenenza a un sesso anatomico ci fa vivere) è un elemento importantissimo dell’identità dello scrittore o della scrittrice; ma non in quanto tale, bensì in quanto si mescola con tutti gli altri elementi che fanno di lui o di lei quell’essere umano assolutamente unico che scrive.

La «scrittura femminile» è un concetto degli anni ‘70 che non mi è mai stato troppo simpatico, perché vuole suggerire che le donne, in genere, praticano la creazione in modo diverso dagli uomini, attingendo più di loro alle zone pre-discorsive della psiche. E non mi è mai piaciuto nemmeno il parallelismo fra la creazione artistica e la maternità, che secondo la mia esperienza personale è una cosa ben diversa. Vero è di certo che le donne – o buona parte di loro, non bisogna generalizzare – raccontano cose diverse da quelle che raccontano gli uomini, e le raccontano in un modo diverso… proprio come un autore africano o rumeno racconta cose diverse e in modo diverso da un autore milanese. Ma il vero problema secondo me non è tanto quello delle tematiche o delle scelte stilistiche, è quello dei criteri dell’universale, che sono più sociologici e antropologici che prettamente estetici.

La letteratura mondiale si regge sull’impostura secondo la quale l’universale si confonde con il maschile, il che significa che solo il punto di vista dello scrittore maschio ha la profondità e l’autorevolezza necessarie per dare senso al mondo; la scrittura delle donne invece rappresenterebbe sempre più o meno un punto di vista «particolare», che può anche essere interessante, ma che non esprime l’essenza dell’umanità. Per me, quindi l’unica definizione accettabile della «scrittura femminile» è quella della scrittura di una categoria di «persone scriventi» che devono lottare in permanenza contro la relegazione in serie B.

Grazie, Silvia! E per maggiori informazioni su Una famiglia perfetta potete visitare il sito ufficiale dell’autrice, in lingua italiana e francese. Vi propongo inoltre l’intervista radiofonica sul libro condotta da Loredana Lipperini all’interno del programma Fahrenheit (Radio 3) e, sulla questione del femminismo oggi, l’intervista condotta da Cristina Bonzanigo all’interno di Millevoci (Radio Svizzera in lingua Italiana 1).

Fahrenheit, 14 marzo 2011


Millevoci, 8 marzo 2011


Una famiglia perfetta si può ordinare su:


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