Gli agenti letterari. 2: dare moneta vedere manoscritto

Meneer Zjeroen @ Flickr
Avevo stabilito di pubblicare questo post la settimana prossima, ma lo anticipo perché quello di ieri ha avuto un certo riscontro e ha generato anche un rapido (necessariamente) scambio di opinioni su Twitter con Michela Murgia (come da immagine più in basso).

Nella prima puntata di questo viaggio alla scoperta delle agenzie letterarie ho dunque sostenuto come una caratteristica importante dell’agente dei vostri sogni, o aspiranti romanzieri, sia la disponibilità a darvi validi consigli sulla vostra scrittura. Ma come scegliere, tra le tante agenzie i cui recapiti si trovano facilmente in rete, quella giusta a cui proporsi? Raffinando la ricerca web, cercando riscontri e ulteriori collegamenti e poi chiedendo informazioni e conferme ad amici e conoscenti: certo. Andando a controllare se nei ringraziamenti in coda a un libro di un autore che ci piace è nominato un agente, e rivolgersi a lui/lei: ottima idea. Spulciando giornali, riviste specializzate: come no. Telefonando coraggiosamente ai diretti interessati e facendo domande dirette: è una possibilità. Ma in questo mare procelloso una buona direttrice di rotta mi sembra sia quella che induce a evitare gli scogli costituiti dagli agenti che chiedono denaro per valutare gli inediti.

Sul suo sito, Michela Murgia ha importato il mio articolo di ieri chiarendo, nella premessa, di non essere d’accordo su questo punto. “Valutare testi in maniera professionale” afferma “è una competenza e richiede molto tempo, anche quando conduce a un rifiuto di prendere in carico l’aspirante scrittore. Da che mondo è mondo i consulti degli esperti si pagano, perché fare consulenza è un lavoro.” Inoltre, in un commento, l’agente Daniele Pinna mi fa notare come quella di far pagare la lettura degli inediti sia una prassi applicata da molti agenti letterari italiani, anche noti, accreditati e con clienti prestigiosi.

Prima di tutto ringrazio l’autrice di Accabadora per aver importato il mio post nonché per avermi attribuito una competenza nella trattazione di questi argomenti; e colgo l’occasione per affermare che Michela Murgia è uno dei più brillanti cervelli che abbiamo in Italia e che la lettura di un suo articolo mi provoca sempre sentimenti di ammirazione. Però sull’argomento di cui sopra resto della mia idea.

Parto dalla mia esperienza. Nel lontano 2004 iniziai a scrivere un romanzo sulla sorella dimenticata di Wolfgang Amadeus Mozart. Non avevo la più pallida idea di cosa fosse un agente letterario, ma al tempo avevo una storia d’amore a distanza con un eccellente giornalista inglese (benedetta Ryanair) che mi disse: “Find yourself a literary agent, immediately”. E allora mi misi a caccia, facendo ricerche approfondite su Internet; feci alcune telefonate esplorative e nessuno mi parlò di tasse di lettura (traduzione letterale dall’inglese “reading fee”). A un certo punto individuai un’agenzia che, sulla base degli autori che rappresentava e delle relazioni internazionali che sembrava avere, mi parve interessante e feci un tentativo. Al telefono l’agente (una donna) mi disse: “Se lei ha preso informazioni, saprà che la mia è un’agenzia piccola, ma seria; non una di quelle che si fanno pagare per leggere gli inediti”. Oggi quella stessa agenzia applica la tassa di lettura; lo so per certo perché un aspirante autore mi ha inoltrato la email che gli è stata inviata dalla medesima, con minuziosa descrizione del servizio.

Che cosa è cambiato da otto anni a questa parte? C’è stata la crisi economica? Gli aspiranti scrittori sono aumentati di numero, e applicando una tassa di lettura gli agenti riescono a “scremare”? È aumentata la consapevolezza dell’importanza del ruolo dell’agente, idem? Non ho una risposta. So solo che nel mondo anglosassone, dove la figura dell’agente letterario è nata (e dove, ahinoi, si legge assai di più) la pratica della “reading fee” è deprecata dalle associazioni di categoria AAR (Usa), ALAA (Australia), NZALA (Nuova Zelanda), che la proibiscono ai loro membri. La britannica AAA la consente solo previa autorizzazione scritta da parte del cliente. Nel codice etico della AAR, in particolare, si legge:
Noi riteniamo che la pratica di far pagare la lettura delle opere possa portare a gravi abusi e possa riflettersi negativamente sulla nostra professione.
Maggiori informazioni qui e qui; il secondo articolo, in particolare, analizza e confuta le argomentazioni più comuni a favore della tassa di lettura sugli inediti (è un modo per eliminare in partenza chi non è abbastanza motivato; è un modo per rendere gli aspiranti autori più accorti nella scelta degli agenti a cui rivolgersi; rispetta il principio del dare-avere; valutare un inedito è un lavoro, perché non dovrebbe essere pagato?).

Inoltre, la voce della Wikipedia inglese “Literary agent” riporta:
Gli agenti che esercitano legittimamente la professione non chiedono denaro per la lettura degli inediti né per spese di gestione, e comunque non hanno entrate di alcun genere a parte quelle derivanti dalle percentuali sui contratti [tra il 10% e il 20%, ndr] che stipulano con gli editori per conto degli autori loro clienti. Un’altra pratica discutibile è quella di indirizzare l’autore a un cosiddetto “editor professionale” esterno e in collusione con l’agenzia. Il lavoro di revisione richiesto da questa figura potrebbe non essere opportuno né di qualità professionale, ed è quasi sempre costoso.
Si tratta di acquisizioni piuttosto recenti; fino a qualche anno fa, navigando tra i siti delle agenzie letterarie americane, e mi pare anche sfogliando la Writer’s Guide, capitava di trovare diciture come “reading fee requested”. Si può quindi supporre che, poiché noi siamo spesso un po’ in ritardo sugli anglosassoni, il fenomeno sia destinato a sparire anche da noi.

E riguardo al lavoro di analisi del testo, amici miei aspiranti scrittori, vi dirò una cosa che non vi piacerà. La verità è che se il vostro libro è potenzialmente pubblicabile si capisce dalle prime pagine se non dalle prime righe; non è detto che serva un esame approfondito. Un valido regista teatrale che conosco una volta affermò di riuscire a valutare il potenziale di un attore dal modo in cui costui saliva sul palcoscenico prima di fare il provino; e che il 90% degli aspiranti attori da lui esaminati non raggiungeva lo standard minimo richiesto. Per i libri non è molto diverso. Una schiacciante percentuale degli aspiranti romanzieri produce materiale impubblicabile (nella maggior parte dei casi perché essi scrivono e non leggono). E un agente valido, e tutti gli agenti accreditati lo sono, capisce se potreste o meno diventare suoi clienti fin dalla email che gli scrivete proponendovi (nel prossimo post sull’argomento parlerò proprio di questo).

Sono d’accordo con Michela Murgia sul fatto che “i consulti degli esperti si pagano, perché fare consulenza è un lavoro”. Ma allora, ragazzi miei con un manoscritto nel cassetto e un sogno nel cuore, se volete un parere sulla vostra scrittura e avete qualche soldo da spendere, mi sentirei di dirvi: frequentate un corso, piuttosto. Vedere in faccia uno scrittore valido (e diversi scrittori validi tengono corsi) o anche un editor professionista, che si prenda la briga di leggere magari non il vostro romanzone ma uno scritto breve, e di analizzarlo vis-à-vis, con voi, è umanamente più soddisfacente che non ricevere a distanza una serie di “note” in base alle quali si stabilisce che il vostro romanzone è impubblicabile (perché ho paura che nella maggior parte dei casi avvenga questo).

Nel prossimo post sull’argomento, dunque, mi concentrerò sui modi più o meno sensati di proporsi a un agente letterario. Nel frattempo, date un’occhiata a questa pagina (in inglese).

Etichette: