lunedì 27 febbraio 2012

Cinque domande a Valeria Montaldi

La ribelle di Valeria Montaldi, Rizzoli
Valeria Montaldi è nata a Milano, dove ha seguito gli studi classici, si è laureata in Storia della Critica d’Arte e tuttora risiede. Dopo aver esercitato per vent’anni la professione di giornalista, intervistando centinaia di personaggi legati al mondo dell’arte, della fotografia e del costume, ha esordito nella narrativa nel 2001 con Il mercante di lana (Piemme), che ha ottenuto un immediato successo di pubblico e critica. In seguito sono usciti Il signore del falco (Piemme, 2003) e Il monaco inglese (Rizzoli, 2006), entrambi finalisti al Premio Bancarella, e il pluripremiato Il manoscritto dell’imperatore (Rizzoli, 2008). Tutti i suoi romanzi sono stati pubblicati in numerosi paesi, anche extra-europei.

Le storie di Valeria Montaldi sono sempre ambientate in epoca medievale, intorno alla metà del Duecento. “Lo studio delle vicende di quegli anni mi ha incuriosito e interessato a tal punto da convincermi che, nonostante i molti secoli trascorsi, siano ancora molte le analogie con il presente” dichiara la scrittrice. “Anche se le nostre condizioni di vita sono migliorate, l’incertezza sul futuro è la stessa, le paure sono simili, le cause scatenanti delle guerre restano immutate”. L’ultimo suo romanzo, La ribelle, è in libreria da giugno 2011, contemporaneamente alla riedizione in BUR de Il mercante di lana. Protagonista della storia, ambientata tra Parigi e Milano nel 1254, è una donna coraggiosa che, per affermare la propria identità professionale, si ribella alle convenzioni del suo tempo. Il romanzo crea un maestoso affresco di una Milano che nel Duecento era già capitale della sartoria e della moda, e delinea un personaggio femminile potente, simbolo di lotte ancora attuali.

1. Valeria, perché hai deciso di raccontare la storia di una “ribelle”? Qualcosa nella condizione della donna di oggi ti ha forse spinta a cercare cause e radici?

L’etimologia definisce ribelle “colui che ripete la guerra” (dal latino re-bellum). Ecco, io credo che le donne la guerra l’abbiano combattuta fin da tempi remoti, per far fronte a condizioni di vita durissime, per non soccombere alla violenza, per difendere i figli, per sopravvivere. E, non ultimo, per dimostrare di avere gli stessi diritti degli uomini e le loro stesse capacità. Questa lotta, seppure condotta con modalità diverse da quelle del passato, perdura anche oggi, talvolta in modo plateale, come in occasione delle manifestazioni di piazza, più spesso con discrete, ma non per questo meno faticose, battaglie quotidiane.

E’ proprio in questo senso che la mia protagonista si può definire una ribelle: donna medico in una professione di appannaggio maschile, Caterina vuole farsi padrona della propria vita, senza piegarsi a condizionamenti sociali ma, soprattutto senza rinunciare alla sua dignità di persona, messa a dura prova da diffidenze e odiosi ricatti sessuali. Certo, e per fortuna, la condizione femminile è cambiata nel corso dei secoli, migliorando in misura esponenziale: tuttavia, oggi come allora, la donna deve faticare molto più dell’uomo per imporre la propria professionalità e, oggi come allora, deve dribblare gli agguati messi in atto da chi è sempre pronto a sfruttare il suo corpo, lusingando la sua mente con vane promesse di futura ascesa sociale. Nel tratteggiare la figura di Caterina, quindi, ho voluto raccontare quanto siano ancora vive le similitudini con il passato: similitudini, beninteso, non uguaglianze, ma sufficienti, a mio parere, a far riflettere su quanto ci sia ancora da fare per raggiungere un’effettiva e doverosa parità.

2. Ti fa piacere essere definita un’autrice di romanzi storici?

No, non amo essere catalogata come autrice di romanzo storico, perché i miei non lo sono: io li definisco “romanzi” tout-court. E mi spiego: anche se l’ambientazione temporale è lontana, il rilievo che attribuisco ai “personaggi storici” (quelli, per intenderci, di cui ci hanno insegnato a scuola) è limitato allo stretto necessario. Preferisco la cosiddetta microstoria, quella cioè delle persone comuni. E’ invenzione letteraria, certo: io non ho conosciuto i monaci, i mercanti, i popolani o le serve che popolano le mie pagine, perché le fonti storiche non ce ne parlano, se non talvolta, e sempre di sfuggita. E’ proprio questo buio che avvolge le loro vite ad affascinarmi, è questo buio che voglio contribuire a rischiarare. Anche perché sono convinta che, fatte salve le diverse condizioni di vita, emozioni e passioni siano le stesse oggi come ottocento anni fa. Quindi non di storia con la S maiuscola si tratta, ma semmai di “empatia storica”, quella cioè che mi permette di creare personaggi che, seppur rivestiti da abiti diversi, potrebbero ancora far parte del nostro mondo.

Foto di Max De Martino
3. Che cos’è la scrittura narrativa, per te? Quali tue esigenze appaga, rispetto alla scrittura giornalistica con la quale hai iniziato?

E’ prima di tutto libertà. Libertà di inventare, di far scivolare fra le parole scritte certezze, paure, dubbi, di descrivere luoghi che trasmettano emozioni o di creare situazioni in cui potersi riconoscere. La scrittura narrativa è anche un modo per imparare a esercitare maggiore comprensione verso se stessi e verso gli altri: è solo cercando di indagare il nostro carattere e quello di chi ci sta intorno che si riesce a dare credibilità alle figure di un romanzo. Quando i miei lettori mi dicono che si sono talmente affezionati a un personaggio da considerarlo vivo, so di essere riuscita a rendere “reale” la finzione narrativa.

E’ ovvio che il giornalismo persegue finalità diverse, dovendo riportare la realtà senza mediazioni. Sono due approcci diversi alla scrittura, ma l’uno non esclude l’altro e devo dire che il giornalismo mi ha insegnato tanto, soprattutto a saper cogliere i caratteri, facendo spesso cadere le maschere difensive indossate dagli intervistati. E’ stata un’esperienza preziosa.

4. Tu credi che l’attività di una scrittrice si differenzi in qualche modo dall’attività di uno scrittore? Esiste, a tuo avviso, una “scrittura femminile”?

E’ una domanda a cui non sono certa di saper rispondere. L’attività è sicuramente la stessa, uguali sono la fatica (scrivere è faticoso!) e l’impegno: se poi esistano differenze di scrittura e se si possa capire a colpo d’occhio se la pagina che stai leggendo provenga da un uomo o da una donna, non saprei dire. Come molti, ritengo che la scrittura si debba dividere in due uniche categorie, la buona e la mediocre, e questo indipendentemente dal sesso di chi la produce.

5. Le statistiche ci dicono che le donne leggono più degli uomini. D’altra parte, i libri più “visibili” sono più spesso scritti da uomini. Ritieni che si tratti di una contraddizione rilevante? E a che cosa è dovuta?

Sì, sono soprattutto le donne a leggere narrativa, e credo che la ragione stia nel loro essere più curiose e ricettive degli uomini: non temono di farsi coinvolgere dalle “parole di carta” di noi scrittori, e non si sentono sciocche se, a lettura finita, si sorprendono a riflettere sulle emozioni che il romanzo può aver loro regalato. Quanto ai libri “visibili”, credo si tratti di un falso problema: ci sono (soprattutto in Italia, all’estero è diverso) più scrittori che scrittrici, e le lettrici acquistano quello che trovano sugli scaffali delle libreria. E’ la sovrabbondanza maschile, quindi, a fare la differenza. Come dicevo più sopra, e non a caso, abbiamo ancora molto da fare, ragazze…

Grazie, Valeria! E per maggiori informazioni su La ribelle, e sugli altri romanzi dell’autrice, potete visitare il suo sito ufficiale. Nel video qui sotto, Valeria Montaldi legge un proprio racconto inedito: La festa.



La ribelle si può ordinare su:


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