lunedì 6 febbraio 2012

“Le due vite di Elsa” di Rita Charbonnier: tra psicanalisi, teatro e reincarnazione

Recensione pubblicata sabato scorso su MENTinFUGA, di Rita Ciatti, che ringrazio. Altre recensioni del romanzo si trovano sul mio sito.

Elsa è una ragazza che vive a Roma ai tempi del regime di Mussolini; appartiene ad una famiglia altolocata in cui il rispetto delle apparenze e la fedeltà ai principi dell’epoca devono essere a tutti i costi salvaguardati. Lei però è una ragazza in qualche modo “diversa”, ha un difetto di pronuncia, è timida, mite, un po’ goffa di aspetto e nei movimenti, appare fragile e sperduta, soprattutto incapace di manifestare una propria autonomia identitaria. Dietro consiglio del padre Giacinto accetta di partecipare, come attrice, ad una pièce teatrale su Garibaldi, con la speranza che il palcoscenico e la recitazione l’aiutino a guarire dalla balbuzie e a vincere la sua ritrosia nei confronti del mondo, facendola uscire da quello strano isolamento in quella realtà tutta sua nella quale a volte sembra rifugiarsi. Scopre così la figura di Anita Garibaldi, il cui personaggio dovrebbe impersonare nello spettacolo teatrale – e di cui sarà prevista a breve l’inaugurazione della statua, realizzata dall’allora scultore Mario Rutelli, con deposizione della salma – e ne rimane affascinata, al punto da cominciare a vederla apparire nei suoi sogni, sogni sempre più intensi e vividi, sogni che appaiono come memorie del passato, sogni in cui lei stessa è Anita e ne rivive, dettaglio dopo dettaglio, l’infanzia, la giovinezza, i desideri, le paure, il coraggio e le scelte.

Elsa ad un certo punto, come svegliata dall’improvvisa malìa di un passato che si fa urgenza di vita, urgenza di essere ascoltato, comincia a comportarsi in maniera incomprensibile – incomprensibile all’esterno, quantomeno: a raptus di rabbia improvvisi seguono bagliori di reminiscenze della sua infanzia, ricordi improvvisi riguardanti la sua famiglia e sua madre, morta quando lei era ancora piccolina, tentativi di parlare con suo fratello perché l’aiutasse a comprendere cosa le stia succedendo, sensazioni del proprio io che si sta disintegrando, fino ad una fuga notturna in stato di semi-incoscienza, evento clou del proprio disagio che culminerà nella decisione della famiglia Puglielli, la famiglia di Elsa appunto, di farla ricoverare presso una clinica in Svizzera dove si curano i disturbi mentali.

Le Due Vite di Elsa è la storia di una guarigione, la storia di un percorso – personale e di psicanalisi – che porterà alla scoperta di un segreto, all’elaborazione di una rivelazione del passato un tempo conosciuta ma poi rimossa e lasciata sedimentare nel profondo. Le Due Vite di Elsa è anche la storia della ricerca delle proprie origini e radici ed il tentativo, a partire da queste, di costruire una propria identità, di trovare il proprio posto nel mondo.

Le Due Vite di Elsa è tantissime cose, potrei dire, ad esempio, che è una bellissima ricostruzione di un’epoca, pur buia, del nostro paese, quella del ventennio fascista – e di cui vengono evidenziati i lati spiacevoli e grotteschi – ottenuta grazie alla descrizione precisa ed accurata di certi dettagli – dell’abbigliamento, dell’arredamento, delle letture in voga, dei modi di dire e delle espressioni terminologiche, della maniera di acconciarsi i capelli e di truccarsi, della toponomastica romana, dell’architettura ed opere artistiche, degli argomenti di discussione in società, delle questioni di politica interna ed estera e di tanto altro ancora – che tutti insieme, e solo nella perfetta osmosi di ogni singolo elemento al quale se ne agganciano altri, contribuiscono a restituire il sapore e l’atmosfera di un’epoca.

Le Due Vite di Elsa è una scrittura raffinata, una prosa elegante che già da sola – intreccio narrativo a parte – riesce a dare vita e spessore non solo ai personaggi stessi, ma alla Roma di quel tempo, alle atmosfere di certi luoghi, alla realtà di un’epoca che appare ormai lontana, ma che pure è rimasta stratificata sotto a questa presente e che è essenziale comprendere e rivisitare per stabilire un senso di continuità con il tutto.

Foto di Tony Zecchinelli
Le Due Vite di Elsa è un atto di amore e passione per il teatro – che l’autrice stessa, Rita Charbonnier, ha sperimentato e conosciuto bene come attrice, cantante, autrice e studiosa – questa meravigliosa, catartica espressione artistica che risale al V secolo A.C. e di cui l’umanità non sarà mai stanca perché, come si legge nel romanzo: “Un film è sempre uguale a se stesso mentre una rappresentazione teatrale (…) subisce inevitabilmente alcune variazioni quotidiane, dovute allo stato d’animo degli interpreti, alla loro disponibilità creativa, alla crescente confidenza con il testo nonché alle reazioni del pubblico. Dalla prima replica all’ultima, uno spettacolo può divenire assai diverso”; il teatro allora, nell’economia del romanzo, non assolve solo alla funzione di far procedere narrativamente la storia di Elsa e di introdurre la figura alter-ego di Anita Garibaldi, ma anche quella di procedere analogicamente al percorso di elaborazione, guarigione e ricostituzione della mente di Elsa; riprendendo il pezzo sopra: “(…) Dalla prima replica all’ultima, uno spettacolo può divenire assai diverso” si prosegue dunque con l’analogia: “(…) Allo stesso modo, quel che risiede nella memoria, e il suo significato, è soggetto a una continua modificazione; non è mai del tutto uguale a se stesso.”

E ancora, ma soprattutto direi, Le Due Vite di Elsa è inno di gioia alla vita – alle vite di ognuno – ed alle tante, infinite potenzialità di espressione della stessa – e delle stesse; anelito e desiderio di sfuggire alla percezione del prorio io, al proprio stesso percepirsi, a volte così opprimente, come ricorda Sartre ne La Nausea, per divenire altro, per sciogliersi, liquefarsi e partecipare del flusso indistinto del divenire; così dice Elsa: “Io – ecco, io – a volte desidero mettermi nei panni di ognuna di quelle persone, vivere la sua vita o quella di chi le sta accanto, vedere cosa si prova a camminare nelle sue scarpe, guardarsi intorno con i suoi occhiali, svegliarsi la mattina nel suo letto. Quante possibilità inesplorate, quante alternative inespresse – una vita non basta a vedere tutto, conoscere tutto, comprendere tutti. Per questo è bello recitare, come io ho provato a fare tanto tempo fa. L’attore sente il profumo di storie che non sono la sua, di circostanze che avrebbero potuto fare di lui una persona diversa – se le avesse vissute – in infiniti modi, in infiniti passati, presenti e futuri.”

Chi di noi non ha mai provato almeno una volta a fantasticare su come sarebbe entrare, partecipare delle vite altrui, magari di quella persona su cui è andato a posarsi il nostro sguardo un giorno sull’autobus, magari di quell’ombra intravista dietro le tende di una finestra illuminata e di cui ci siamo immaginati gesti, storie, amori, gioie o dolori? E non è questo in fondo che la lettura di un romanzo, uno spettacolo teatrale, i sogni – questi affascinanti luoghi non-luoghi della nostra mente – rendono possibile? E allora potremmo a ragione dire che Elsa, la protagonista di questo bellissimo romanzo, non ha soltanto due vite, ma tre, quattro, cinque, tutte quelle illimitate che la vivacità di spirito ed il suo amore per la vita, a lungo soffocati, rendono possibili.

E trovo davvero notevole ed apprezzabile la scelta di Rita Charbonnier di non voler dare una spiegazione univoca, di lasciare che la guarigione di Elsa avvenga da sé, spontaneamente, grazie alle risposte che ella, ed ella soltanto, sarà in grado di trovare alle sue domande, certo anche grazie all’aiuto di alcune persone che però, prima ancora di essere medici, sapranno ascoltarla, esserle amici, crederle. La psicanalisi in fondo non è una scienza esatta, così come nulla sappiamo della reincarnazione, ma ciò che conta è trovare da soli le proprie risposte, elaborare e superare le proprie problematiche già per il solo fatto di aver individuato e sciolto dei nodi.

Elsa è stata davvero, in un’altra vita, Anita Garibaldi? Non serve saperlo. Ciò che importa è che lei possa credere di aver trovato quel coraggio e quella determinazione, il coraggio e la determinazione di una ragazza qualsiasi che diventa eroina e che vi diventa anche grazie all’amore ed alla capacità di sognare e di lottare per sconfiggere le ingiustizie del mondo, per la libertà. Essere liberi, in primo luogo, da se stessi, dalle catene che restringono le potenzialità inespresse del nostro io. Questo sarà ciò che imparerà Elsa.

Noi tutti, leggendo Le Due Vite di Elsa, siamo con lei, e siamo con Anita, o forse dovremmo dire, siamo lei, siamo Anita, e siamo tutto ciò che l’immaginazione ci permetterà di essere.

3 commenti:

  1. Cara Rita,
    grazie e te per avermi saputo donare con la tua scrittura e con la tua Elsa dei bellissimi momenti.
    Mi sono accorta, rileggendo la mia recensione, che ho fatto un piccolo errore di accordo soggetto-verbo al punto: "in cui il rispetto delle apparenze e la fedeltà ai principi dell’epoca deve essere a tutti i costi salvaguardata." (ovviamente è DEVONO essere salvaguardatI)
    Su Mentinfuga verrà modificato appena possibile. Mi scuso, ma sai a volte, l'emozione... :-)

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    1. Refuso corretto! E ancora grazie a te della bellissima recensione. Mi è tanto piaciuto vedere esposto, nella seconda parte del tuo articolo, il vero significato che nel romanzo assume la reincarnazione - qualcosa di assai diverso dalle teorie affascinanti o pittoresche (così come dicono alcuni personaggi) che conosciamo. Per non parlare dell'enfasi che attribuisci, sul piano tematico, alla rielaborazione mnemonica assimilabile a quella creativa che avviene sulla scena. Un abbraccio e, spero, a presto.

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    2. Sai, quella di uscir fuori dai limiti del sentiero che il proprio vissuto ha intrapreso e immaginare di poter essere altro, vivere altre maniere di essere è un po' una mia fissazione da sempre e quindi mi sono tanto ritrovata nelle parole di Elsa quando dice "... quante possibilità inesplorate, quante alternative inespresse...". In noi ci sono tantissime potenzialità non portate a compimento. Ovviamente recitare, specialmente in teatro ove si richiede un'immedesimazione più sentita con il personaggio ed ove veramente sul palcoscenico è possibile farsi "altri", rende possibile in parte dar voce a queste alternative inespresse, come dice Elsa.
      Inoltre mi ha sempre affascinato la psicanalisi come maniera per conoscersi, non necessariamente in caso di necessità, ossia di malessere manifestato, ma anche proprio per curiosità di intraprendere un viaggio all'interno dei propri ricordi, del proprio passato, per capire come hanno agito in noi e come si sono sedimentati o eventualmente rielaborati e rimossi.
      Diciamo che nel tuo romanzo ho trovato davvero tante tematiche interessanti e molto originale è stata l'idea di introdurre questo personaggio così forte ed iconico quale Anita Garibaldi.
      Un abbraccio a te e a presto.

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