lunedì 25 giugno 2012

Esiste una “scrittura femminile”?

"Impegno civile femminile". Roma, 20 giugno 2012
Nella foto, un momento della tavola rotonda di mercoledì scorso. Da sinistra, Nadia Terranova, io, Chiara Lalli, Giulia Blasi e Loredana Lipperini. Su questa pagina trovate alcune riflessioni attorno alla serata, nel corso della quale si è parlato anche dell’annosa (e mai risolta) questione del titolo. Ho quindi desiderato riportare in un unico post le risposte di tutte le scrittrici che ho intervistato sul blog (all’interno della rubrica Cinque domande a…) alla domanda:

Credi che l’attività di una scrittrice si differenzi in qualche modo dall’attività di uno scrittore? Esiste, a tuo avviso, una “scrittura femminile”?

Le scrittrici sono in ordine alfabetico; tra le altre c’è anche la mia risposta, tratta da un’intervista per un periodico. Immagino che la comparazione dei punti di vista possa fornire qualche spunto interessante...


Elisabetta Bucciarelli
Elisabetta BUCCIARELLI
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Sì, credo esista una profonda differenza, non già nel risultato o nello stile, ma nella predisposizione a raccontare. Quando scrivere non è solo intrattenere, diventa quasi un gesto volto a restituire qualcosa. Non so cosa di preciso, ma una forma di comprensione. Una cura che si ha nel dire, in modo brutale o attento, come stanno davvero le cose. Soprattutto nel Noir, penso a Fred Vargas o a Dominique Manotti, ma a anche alla Marklund, non si scrive a vanvera. Non per il proprio indubbio narcisismo. Ma si indaga la vita insieme alla storia. C’è un’etica, mi pare di poter dire, legata a questo mestiere, un’onestà intellettuale che le donne rispettano quasi sempre. In questo momento mi piace pensare che sia così.


Rita Charbonnier
Rita CHARBONNIER
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Mi è piuttosto difficile accettare l’idea che esista una “differenza” universale tra i sessi – a parte quella ovvia delle caratteristiche fisiche: una differenza che riguardi il modo di affrontare la vita e magari i talenti. Una differenza, sottolineo, innata e persino scientificamente definibile. Mi sembra che ognuno abbia una propria vaga visione di questo fenomeno, e che quando tenti di descriverla cada facilmente nel generico, nello stereotipo, oppure in una discriminazione mascherata. Io preferisco credere che esistano dei ruoli precostituiti, nel sociale e nel privato, che affondano le radici nella nostra storia comune; e che tutti in qualche modo, consapevolmente o meno, perpetuiamo quegli antichi comportamenti (o loro tracce) e così contribuiamo a mantenere tutta una serie di condizioni.
Forse qualcuno potrebbe dire, che so, che la scrittura femminile è più sottile e profonda nell’analisi dei sentimenti; che le donne sanno raccontare meglio le storie d’amore… sono o non sono stereotipi? E non sono facilmente confutabili? E in ogni caso, se è vero che una storia sul pugilato viene scritta più probabilmente da un uomo, non è solo per via del testosterone; è anche perché veniamo tutti indotti ad aderire a idee precostituite di mascolinità e di femminilità. Piuttosto che interrogarsi sulla presunta specificità della scrittura femminile, quindi, mi sembrerebbe interessante occuparsi dei dati: ci sono, tuttora, molte meno scrittrici che scrittori. Possiamo intervenire su questo?


Annamaria Fassio
Annamaria FASSIO
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Ahi che birichina che sei! Non è così semplice e scontato rispondere. Vorrei prima di tutto fare una premessa: esiste uno specifico femminile fatto di particolari sensibilità e di attenzioni verso un universo minore in genere misconosciuto dalla letteratura e dal cinema. Penso ai film della Archibugi, ad esempio, o a quelli della Comencini. E la narrativa gialla è ricca di autrici bravissime che hanno una cura particolare nel tratteggiare storie “al femminile” e che raramente sono stereotipate. Scrivono bene e sanno finemente entrare nella psicologia delle donne.
Detto questo, però, credo che non esista una “scrittura femminile” fine a se stessa. Sono stata femminista ma già allora mi ponevo la domanda ed ero in netto contrasto, se non in opposizione, con chi invece ribadiva la necessità e l’urgenza di una scrittura tutta femminile. Grandissime protagoniste sono nate dalla penna di uomini che nemmeno sapevano cosa fosse il femminismo. Penso ad Emma Bovary, ad Anna Karenina, a Teresa Raquin, alla Gervaise dell’Assommoir di Zola. Eroine a tutto tondo che hanno messo in luce aspetti importanti del nostro essere donna. Altro discorso, invece, è la fatica di essere donna e scrittrice. Virginia Woolf parlava di “una stanza tutta per sé” rivendicando il diritto di uno spazio privato. Aveva profondamente ragione: le donne per molto tempo, troppo, non sono state padrone della loro intimità. Dovevano sempre fare i conti con la casa, il marito, i figli e, salvo qualche eccezione, le cose sono andate avanti per anni. La scrittura era a lato perché a dominare la vita erano ben altre cose. La stessa Simone De Beauvoir a volte si ritrovava a cucinare sul fornelletto da campo per lei e Sartre. E intanto pensava e scriveva Il secondo sesso.


Chiara Ingrao
Chiara INGRAO
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Non me la sento di definire una regola generale, sarebbe presuntuoso da parte mia. Posso parlare intanto per me, per quel poco che vale. Come scrittrice, io la mia “scrittura femminile” la rivendico, la cerco, è il mio modo di guardare al mondo. Riesco a scrivere solo di protagoniste donne, mi viene naturale usare una voce di donna come voce narrante, sento il bisogno di dare voce alle emozioni e ai corpi, e credo che questo abbia molto a che vedere con il mio essere donna.
Come lettrice, c’è qualcosa di specificamente femminile che cerco e riconosco nelle scrittrici che amo, anche se non mi è facile descrivere e spiegare che cos’è. Non è un di più o un di meno rispetto a ciò che mi aspetto da uno scrittore, e gli scrittori che amo sono molti – è solo qualcosa di diverso. È, forse, la possibilità di esprimere nella scrittura l’interezza del proprio essere, senza censure: perché l’identità di ciascuno di noi è certo irripetibile e unica, non assimilabile a quella di nessun altro o altra, ma è comunque un’identità sessuata. Condividere con chi legge il modo in cui ciascuna/o di noi si sente donna (o uomo), io lo sento come una ricchezza: cercare di “neutralizzarlo”, o addirittura rimuoverlo, mi sembra impoverire non solo la scrittura, ma la vita stessa.


Giorgia Lepore
Giorgia LEPORE
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Sono proprio la persona sbagliata a cui rivolgere questa domanda… visto che per il mio romanzo d’esordio ho scelto di parlare al maschile! O invece proprio per questo sono la persona giusta, chissà… In teoria, secondo me non dovrebbero esistere differenze di “genere”, almeno in letteratura. Però poi di fatto esistono. Non si può negare che esista un tipo di narrazione “femminile”: penso ad esempi arcinoti, Isabel Allende, Dacia Maraini, Marcela Serrano… Però non può essere limitante, nel senso che il fatto di essere donna non dovrebbe precludere un tipo di narrazione diversa, magari generi considerati più squisitamente maschili. E questo avviene, per fortuna. Però forse più all’estero, dove esistono scrittrici di gialli o di thriller anche molto “maschili”, mentre in Italia forse siamo più legati a cliché che sarebbe il caso di abbandonare, finalmente.
Per quanto mi riguarda, la scrittura al “femminile” è un genere che non pratico molto. Preferisco avere un approccio neutrale, sia da lettrice, sia da scrittrice. E non capisco perché una donna debba parlare per forza di donne. Una delle cose che hanno stupito di più i lettori del mio romanzo (specie gli uomini) non è stato tanto il fatto che parlasse di “sangue”, ma anche di guerre, battaglie, vita militare. Come mai? Mi è stato chiesto più di una volta. La risposta è stata: perché no? Dobbiamo parlare solo di amore, madri, figli, sorelle, amiche…? La vita al femminile la conosco, la vivo. E allora, quando scrivo, forse ho voglia di parlare di altro. Di indagare qualcos’altro, che magari non mi appartiene. Però poi magari un giorno mi viene di raccontare una storia lacrimosissima di mamme e figlie, di amori sfortunati, donne che si tagliano le vene… mai dire mai, nella vita…
Oltre agli argomenti, alla narrazione in prima persona al maschile, mi piacerebbe provare un giorno anche un “linguaggio” maschile. Nel senso di stile, di rapporto con la parola. E’ diverso da quello delle donne, e proprio per questo mi incuriosisce. D’altra parte, è bella anche la scommessa opposta, un uomo che parla al femminile. E’ più frequente, credo, del contrario, ma usare una voce narrante femminile non basta. Ci vuole il linguaggio, anche, i temi. Un bel libro sulla maternità scritto da un uomo. La scrittura è un terreno magico, quindi perché limitarsi a riprodurre la realtà? Mi piace di più l’idea di una scrittura che crea l’impossibile.


Loredana Lipperini
Loredana LIPPERINI
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Sì e no. No, perché uno scrittore è uno scrittore, che sia uomo, donna, gay, transessuale o appartenga ancora a un altro genere; la mia amica Giovanna Cosenza ne ha enumerati diciassette! Sì, perché ognuno di noi è un animale sociale, quindi è immerso in una cultura ed è portatore anche dei suoi stereotipi.
Ciò detto, sfido chiunque a leggere Antonia Byatt e definirla una scrittrice per donne; oppure Marguerite Yourcenar.


Eleonora Mazzoni
Eleonora MAZZONI
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Mi sembra che, quando si parla di scrittura femminile, soprattutto quando ne parlano certi critici, ti vogliano mettere all’angolo. Come se fosse una categoria, “la scrittura femminile”, un po’ svalutante. Premesso questo posso dire che amo molti scrittori donna. Da Colette alla Oates, dalla Nemirovsky alla O’ Connor… La Mazzucco, la Parrella, la Murgia per restare in Italia. Semplicemente perché sono brave. Punto. Credo che ci siano storie belle e storie poco interessanti. Scritte bene o in modo sciatto. Non credo che esistano differenze di genere. Quando si dice scrittura femminile ci si riferisce a qualcosa di troppo lirico, troppo emotivo o sentimentale, troppo psicologico. Guarda caso dei difetti. Il che la dice lunga.


Valeria Montaldi
Valeria MONTALDI
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E’ una domanda a cui non sono certa di saper rispondere. L’attività è sicuramente la stessa, uguali sono la fatica (scrivere è faticoso!) e l’impegno: se poi esistano differenze di scrittura e se si possa capire a colpo d’occhio se la pagina che stai leggendo provenga da un uomo o da una donna, non saprei dire.
Come molti, ritengo che la scrittura si debba dividere in due uniche categorie, la buona e la mediocre, e questo indipendentemente dal sesso di chi la produce.


Chiara Palazzolo
Chiara PALAZZOLO
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Esiste nella misura in cui risponde a una “storicizzazione” del femminile stesso. Mi spiego. Non credo che esista una natura femminile primigenia, così come non esiste un maschile primigenio. Esiste invece un modularsi del femminile e del maschile nella storia. Del resto, nulla è dato al di fuori della storia. Di conseguenza, il diverso vissuto femminile e maschile ha senz’altro un riflesso sulla produzione letteraria e sui modi in cui questa si organizza, sia a livello di contenuti che di linguaggio.
Faccio degli esempi. Possiamo individuare un certo tipo di “scrittura femminile” ottocentesca nelle opere delle Brontë. Oppure leggere la Woolf per analizzare la scrittura al femminile nella prima metà del Novecento, o ancora la Yourcenar per il secondo Novecento. Ma sarebbe errato, a mio parere, disancorare il loro modo di scrivere, i contenuti delle loro opere, dall’epoca in cui hanno vissuto per rintracciare una tendenza omogenea di fondo. Ogni scrittrice, come ogni scrittore, ha un suo tono – una sua voce.


Ben Pastor
Ben PASTOR
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Questa annosa questione, per come la vedo io, è una non-questione. A mio avviso, l’artista più riuscito è quello il cui lavoro (scritto, dipinto, musicato) non è ascrivibile alla sua appartenenza sessuale. In realtà mi sembra che si debba distinguere fra una letteratura di argomento e ambiente femminili e la “scrittura femminile”. Madame Bovary e Solomon’s Song, entrambi romanzi con forti protagoniste, sono capisaldi della letteratura tout court, non importa che ne siano autori un uomo come Gustave Flaubert e una donna come Toni Morrison. La loro voce è totalmente inclusiva. Per “scrittura femminile”, non a torto, si intende l’uso di una voce che esclude per timbro, tono e scelta delle parole il mondo esterno a quello delle donne. Come esistono scrittori “per uomini” (negli Stati Uniti, ad esempio, molti autori di western e thriller tecnologici), esistono scrittrici “per donne” (Barbara Cartland, un nome per tutte). Ma perché limitarsi? Nella mia esperienza accademica e nelle mie frequentazioni di alcune delle grandi scrittrici di pedagogia femminista, ho imparato che la questione della donna si combatte realmente su pochi fronti: eguaglianza salariale, rispetto reciproco, pari opportunità. Il resto, da una parte e dall'altra, è spesso solo tendenzioso commentario.


Silvia Ricci Lempen
Silvia RICCI LEMPEN
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Chi scrive è un essere incarnato, è nato in un certo posto, a una certa epoca, in una certa famiglia, in una certa classe sociale, porta in sé la memoria di vicende personali e collettive… e ha un corpo, bello o brutto, sano o malato, femminile o maschile. Tutti questi fattori, intersecandosi, influiscono sul lavoro di creazione. Trovo quindi assurdo affermare che il sesso di chi scrive non conta, come fanno alcune scrittrici ansiose di non appiccicarsi in fronte l’etichetta «donna». Ma trovo anche assurdo voler dividere gli scrittori secondo il sesso. Il sesso, sia anatomico sia storico (cioè, la somma di esperienze che l’appartenenza a un sesso anatomico ci fa vivere) è un elemento importantissimo dell’identità dello scrittore o della scrittrice; ma non in quanto tale, bensì in quanto si mescola con tutti gli altri elementi che fanno di lui o di lei quell’essere umano assolutamente unico che scrive.
La «scrittura femminile» è un concetto degli anni ‘70 che non mi è mai stato troppo simpatico, perché vuole suggerire che le donne, in genere, praticano la creazione in modo diverso dagli uomini, attingendo più di loro alle zone pre-discorsive della psiche. E non mi è mai piaciuto nemmeno il parallelismo fra la creazione artistica e la maternità, che secondo la mia esperienza personale è una cosa ben diversa. Vero è di certo che le donne – o buona parte di loro, non bisogna generalizzare – raccontano cose diverse da quelle che raccontano gli uomini, e le raccontano in un modo diverso… proprio come un autore africano o rumeno racconta cose diverse e in modo diverso da un autore milanese. Ma il vero problema secondo me non è tanto quello delle tematiche o delle scelte stilistiche, è quello dei criteri dell’universale, che sono più sociologici e antropologici che prettamente estetici.
La letteratura mondiale si regge sull’impostura secondo la quale l’universale si confonde con il maschile, il che significa che solo il punto di vista dello scrittore maschio ha la profondità e l’autorevolezza necessarie per dare senso al mondo; la scrittura delle donne invece rappresenterebbe sempre più o meno un punto di vista «particolare», che può anche essere interessante, ma che non esprime l’essenza dell’umanità. Per me, quindi l’unica definizione accettabile della «scrittura femminile» è quella della scrittura di una categoria di «persone scriventi» che devono lottare in permanenza contro la relegazione in serie B.


Carla Maria Russo
Carla Maria RUSSO
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Tendo a pensare che, più che una questione di genere maschile o femminile, siano le vicende personali a determinare i temi e il tratto della scrittura di ognuno. Io penso che ogni romanzo sia autobiografico, nel senso che chi scrive trasfonde nelle sue opere la sua sensibilità, esperienze di vita e modo di essere, a prescindere dalla forma in cui sceglie di raccontarsi. Non è un caso se, ad esempio, io mi sento molto attratta verso un certo tipo di storie e di personaggi - molto spesso donne, certo, ma non solo, come ne Il cavaliere del Giglio, - che possiedono qualità nelle quali, evidentemente, io mi rispecchio, che sento particolarmente vicine al mio modo di sentire.


Elvira Seminara
Elvira SEMINARA
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Penso che esista una scrittura femminile – cioè carica di sensibilità, portatrice di inconscio, evocativa, sensoriale – come esiste una scrittura maschile, cioè più logica, strutturata, più razionale (e forse più “sociale”), ma indipendentemente dal sesso del suo autore. Cioè identità sessuale e di scrittura non vanno insieme. D’altronde Proust ha una scrittura femminile, ma Balzac ha una scrittura maschile, come Stendhal, che piaceva a Sciascia, il quale scrive maschile al contrario di Brancati, che ha uno stile morbido e setoso. Mi piace pensare, per fare un esempio al Canada-donna, lento, intimo e perturbato, raccontato dalle grandi Atwood e Munro, e al Canada-maschio, irruento, cinico e politico, raccontato dal beffardo Mordecai Richter.
Questo non significa che le scrittrici siano del tutto salve oggi dal pregiudizio, naturalmente, anche se siamo molto più presenti in libreria. Penso che il disprezzo paternalistico di Croce per quel “pulviscolo di romanzatrici” che trionfavano fra fine Ottocento e primo Novecento affiori a volte nascostamente. Certo, è indubbio che i romanzi di Regina di Luanto, Neera, Mura, Térésah, George Marion, Bruno Sperani, Luigi di San Giusto, Marchesa Colombi, Jolanda (molti dei quali, non a caso, firmati con pseudonimi maschili) fossero decisamente scritture rosa, intrise di svenevolezze, arditezze eroiche ed erotiche per fanciulle, ma il fatto che Gramsci definisse “una gallina” un’autrice di best seller come Carolina Invernizio, tradotta persino in America latina, la dice lunga sulla discriminazione di genere.

2 commenti:

  1. Cara Rita,
    come stai?
    Molto interessante questo argomento, così come le varie risposte date.
    Io penso che un buon romanzo abbia qualità letterarie universali a prescindere dal sesso dell'autore o autrice. Penso ad esempio, per citare un classico, a Cime Tempestose della Bronte o anche a La Storia di Elsa Morante. Poi indubbiamente ogni scrittore, uomo o donna che sia, rifletterà nella propria scrittura la propria sensibilità, che è anche sempre frutto della propria esperienza biografica e quindi, a seconda di come l'autore si pone nei confronti del mondo, possono venir fuori determinati stereotipi, che non sono però legati alla scrittura in quanto tali, ma ai costrutti socio-culturali dell'essere donna o uomo.
    Mi ritrovo quindi nella tua risposta: l'essere donna o uomo è innanzitutto l'aderire ad un ruolo - una maschera, un'immagine - precostituito che ci viene trasmesso sin dalla nascita e dal quale a volte è difficile affrancarsi. La scrittura può riflettere tutto questo.
    In quanto al fatto che esistano meno scrittrici donne, beh, penso che la causa sia da ricercarsi soprattutto nella Storia. Per secoli alle donne è stato negato l'accesso a determinati territori (penso a Nannerl, la sorella di Mozart, protagonista del tuo romanzo, cui non era consentito comporre musica) oppure hanno dovuto affiancare alla scrittura altri compiti socialmente a loro riservati (badare alla casa, alla cura dei figli ecc.) che gli impediva di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.
    Un abbraccio.

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  2. Cara Biancaneve, grazie del commento e scusa il ritardo con il quale ti rispondo. E' un periodo turbolento... come magari ti spiegherò a voce. Mi fa piacere constatare come siamo in sintonia anche su questo. Anch'io, come te, credo che le capacità e le realizzazioni personali siano il frutto di un’interazione tra il soggetto e l’ambiente in cui vive. Secondo alcuni, invece, l’essere umano realizza quel che è destinato a realizzare fin dalla nascita, per via delle sue doti innate. È una visione riduzionista, deterministica, fondata sull’idea di destino (scritto nei geni, o magari negli astri) che dal mio punto di vista è tragica, perché limita le possibilità di cambiamento. Alle donne, oggi, serve una visione diversa, che ponga l’accento sulle circostanze e non sulle presunte differenze innate. Perché le circostanze si possono cambiare.
    Un abbraccio a te, e a presto.

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