sabato 3 novembre 2012

Nelle stanze di Vermeer

Tiziana Daga per Non solo Mozart

Leoncillo Sabino @ Flickr (La lattaia)
Nell’Ottocento il pittore olandese Johannes Vermeer era conosciuto solo da pochi raffinati intenditori e collezionisti di opere d’arte; oggi le sue opere sono così note che non sorprende il successo che ebbe – nella primavera del ’96 – la mostra dedicata all’artista allestita nelle piccole sale del seicentesco palazzo Mauritshuis dell’Aia, e quello che proprio in questi giorni accompagna la mostra Vermeer. Il secolo d'oro dell'arte olandese alle Scuderie del Quirinale.

In occasione della mostra dell’Aia, una moltitudine di visitatori ebbe modo di ammirare per la prima volta riunite insieme ventidue delle trentaquattro opere note dell’artista olandese, oggi sparse nei maggiori musei del mondo. Gli osservatori furono colpiti dall’assoluto silenzio che regnava nelle sale, animate da visitatori che rimanevano muti, completamente assorti in una specie di affascinato stupore di fronte a questi piccoli quadri prevalentemente d’interni dove, in un’atmosfera sospesa e rarefatta, sono fissati gesti di un’apparente quotidianità.

Nelle stanze di Vermeer, il Geografo, l’Astronomo, come la Lattaia e la Merlettaia o, più spesso, una giovane donna che scrive, legge o fa musica, sono colti dall’occhio fotografico del pittore attraverso una tecnica straordinaria, capace di definire o di sfumare ogni particolare di luce.

La suonatrice di chitarra
Presenze che acquistano ancora più forza all’interno di ambienti riconoscibili da pochissimi elementi, sempre gli stessi, come la sedia con i pomoli a testa di leone, il tappeto, la carta geografica – frequente arredo delle case olandesi del Seicento – il boccale, la viola o il clavicembalo, il quadro e la finestra.

Tutti questi elementi fanno sì che sembri che nei suoi quadri siano rappresentate sempre e solo cinque stanze: una sala ampia dal bel pavimento a grandi maioliche bianche e nere, come si vede per esempio nell’Allegoria della Pittura o, ancora ma ribaltata, nell’Allegoria della Fede; una camera più piccola riconoscibile dalla finestra stemmata (v. Donna che beve con gentiluomo); una camera con doppia finestra e il muro bordato da uno zoccolo di maioliche tipiche di Delft (v. Donna in piedi alla spinetta); una stanza dall’arredo spoglio con una finesta rustica (v. La lattaia); ed infine uno studiolo con doppie finestre (v. l’Astronomo e il Geografo).

Cinque stanze, forse quelle della stessa abitazione dell’artista che, come sappiamo dai documenti, visse sempre nella piazza del Mercato di Delft, la piccola cittadina olandese tra Rotterdam e Amsterdam dove era nato nel 1632 e da lui immortalata nella celebre veduta del 1661 conservata all’Aia.

Veduta di Delft

Nella stessa piazza, ma sul lato opposto, si trasferì nel 1653 dopo aver sposato Catharina Bolnes, proveniente da una ricca famiglia cattolica e dalla quale ebbe quindici figli, di cui undici ancora in vita dopo la sua morte. E’ forse lei, Catharina, o una delle sue figlie, a dare il volto alle donne delle stanze di Vermeer, vestendo in ben sei tele sempre la stessa elegante casacca di raso giallo con bordi di pelliccia, o ancora indossando orecchini di perle?

Ragazza con l'orecchino di perla
Quella Catharina che – due anni dopo la morte del pittore – ci testimonia con rara efficacia delle difficoltà attraversate dalla famiglia dell’artista negli ultimi anni della sua vita, scrivendo:

Durante la guerra lunga e rovinosa con la Francia [mio marito] non solo non aveva potuto vendere le sue opere ma in più, a suo grande danno, i quadri degli altri pittori di cui faceva commercio gli erano rimasti sul collo. In conseguenza e a causa del gran carico di figli, non avendo personali mezzi di fortuna, era caduto in tale stato di frenesia e decadimento che in un giorno, o un giorno e mezzo, era passato da uno stato di buona salute alla morte.

Vermeer muore a Delft nel 1675, a soli 43 anni, forse stroncato da un infarto.

Chi era Vermeer e chi erano i suoi committenti? In che rapporto è la sua pittura con la tradizione della pittura d’interni olandese? E quali sono stati gli strumenti della sua ricerca?

Soldato con ragazza sorridente
Molti ancora gli interrogativi che circondano questa singolare figura d’artista, anche se il puntiglioso studio d’archivio dello storico John M. Montias (Vermeer. L'artista, la famiglia, la città, Einaudi 1997) ha contribuito a chiarire molti dei misteri sulla biografia dell’artista. Ma quello che rende veramente intrigante la personalità di Vermeer e le sue “stanze” è l’atmosfera. Un’atmosfera costruita attraverso una sapiente ricerca prospettica capace di rendere le sue stanze vere e proprie trappole per la luce. Una prospettiva così precisa che ha permesso di ricostruire le reali dimensioni degli ambienti da lui messi in scena e di capire come lavorava e da quale distanza riprendeva i suoi modelli, nonché d’ipotizzare che conoscesse e usasse la camera oscura.

Al riguardo molte delle sfocature pre-impressioniste, che nelle sue opere caratterizzano la resa di alcuni dettagli, mostrano un’attenta osservazione dei fenomeni legati alla luce riflessa attraverso le lenti e lo stretto rapporto dell’artista con quella cultura che nel Seicento vede l’Olanda leader nella fabbricazione delle lenti e nella loro applicazione nei più diversi campi.

L'astronomo
Illustri intellettuali furono impegnati negli studi di ottica, come lo scienziato Antoni van Leeuwenhoek (1632-1723), inventore del microscopio, il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677), l’astronomo e matematico Martin van den Hove (1605-1639), il poeta Constantijn Huygens (1596-1587) e un altro grande artista, Rembrandt van Rijn (1606-1669).

Così in opere come l’Astronomo (oggi al Louvre), dietro all’apparente casualità del quotidiano, in quella luce che entra dalla finestra e che fissa – sospende – il gesto dello studioso che si solleva dal tavolo di lavoro, c’è qualche cosa d’altro, c’è una nuova consapevolezza, quella dell’uomo moderno che misura con nuovi strumenti l’universo che lo circonda.

E’ questo lo straordinario fascino di Vermeer che, nel secolo di Newton e di Galilei, con la sua poetica del quotidiano contribuisce a definire i nuovi orizzonti della visione umana, restituendoci con le sue composizioni essenziali il “sogno di realtà perfette” in cui proprio il dettaglio sembra mostrarci l’aspetto più lirico e intimo dell’esistenza.

Articolo di Tiziana Daga, storica dell’arte, tra i fondatori de La Serliana.

5 commenti:

  1. Un articolo bellissimo, grazie di averlo pubblicato sul tuo blog. Un pittore che mi ha sempre affascinata, avevo addirittura seguito un coeso monografico su di lui, un genio.
    Buon fine settimana, a presto.
    Antonella

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  2. Grazie a te, Antonella. E ormai, buon lunedì!

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  3. Rileggo con vero interesse l'articolo - non avevo precedentemente commentato: o meglio... ero inciampata nel captcha ;))) - : un artista di raro fascino - che in più visse e interpretò un contesto culturale ricco di stimoli -, ripresentato (e non alludo solo all'autrice dell'articolo) con altrettale sensibilità!

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  4. Cara Nephelai, sono stata a lungo assente e la prima cosa che faccio una volta tornata sul blog è ringraziarti per il tuo commento. Tra qualche tempo su queste pagine pubblicherò una piccola squisitezza pirandelliana che potrebbe piacerti... a presto, abbracci!

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  5. llo e suggestivo questo "sguardo" di Tiziana Daga su Vermeer

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