lunedì 22 aprile 2013

Cinque domande a Francesca Melandri

Più alto del mare. BUR, 2013
Francesca Melandri è nata a Roma, dove vive; ha al suo attivo una lunga carriera di sceneggiatrice ed è documentarista. Tra i film dei quali ha firmato le sceneggiature si annoverano Zoo di Cristina Comencini e tra le serie televisive Fantaghirò nonché diversi episodi di Don Matteo. Ha esordito nella narrativa nel 2010 con Eva dorme (Mondadori), romanzo che ripercorre gli anni del terrorismo sudtirolese, tradotto in diverse lingue e vincitore di numerosi premi.

Nel 2012 ha pubblicato il suo secondo romanzo, Più alto del mare (Rizzoli), da poco uscito in economica nella Bur; anche questo ha vinto vari premi, tra i quali lo Stresa, ed è stato finalista al Campiello 2012. Io l’ho trovato molto bello. Ambientato durante gli anni di piombo, sceglie per narrarli una prospettiva inusuale: quella di due parenti di detenuti in un carcere di massima sicurezza su un’isola (l’Asinara, anche se non viene detto mai). Sono molto diversi: lui un uomo colto, lei una donna semplice e perspicace; lui padre di uno spietato brigatista dalla mente distorta e indottrinata, lei moglie di un “comune” violento, che la picchiava e che sconta una pena per omicidio. Li unisce però la solitudine, e il dolore che finora non hanno potuto condividere con nessuno. Giunti sull’isola per visitare figlio e marito, a causa di un incidente e di una mareggiata sono costretti a trascorrervi la notte. Il loro rapporto, nelle poche ore che trascorrono insieme, diverrà inevitabilmente molto profondo e li aiuterà a elaborare il lutto.

1. Francesca, ricordi il momento esatto nel quale hai avuto l’idea di questa storia? Vorresti parlarcene, e dirci come, nel tempo, l’idea originaria si è evoluta?

Non ricordo il momento esatto in cui ho avuto l’idea ma ricordo molto bene la mia prima visita all’Asinara, parecchi anni fa. Un’isola dalla bellezza naturale assoluta ma dalla storia umana terribile, grondante violenza e dolore. Una specie di paesaggio-ossimoro, insomma. Già allora mi dissi che in quel posto avrei voluto ambientare una storia. Solo molti anni dopo, però, ho trovato quella giusta. Stavo scrivendo Eva dorme e mentre tratteggiavo un personaggio minore – la moglie di un terrorista sudtirolese – cominciai a riflettere sulle vite di chi è vicino agli atti di violenza, ma senza esserne coinvolto direttamente. Sono così nati i due personaggi principali, Paolo e Luisa, parenti di due assassini. E l’isola, anzi, l’Isola - come viene chiamata nel libro - è diventata la protagonista di questa trama.

2. In cosa essenzialmente differisce la scrittura di romanzi dalla scrittura di sceneggiature per l’audiovisivo?

Nell’uso del linguaggio. In una sceneggiatura la lingua non è il mezzo espressivo dell’opera finita di cui essa è strumento. Le parole usate in una sceneggiatura descrivono cose che il regista (e lo scenografo, il costumista ecc) dovranno rendere visibili, oppure battute e gesti che per lo spettatore esisteranno solo quando saranno manifestate dal corpo e dalla voce degli attori. Insomma, le parole di un copione sono solo un tramite per realizzare altro. In letteratura, invece, la parola è tutto. E’ il veicolo della comunicazione profonda tra scrittore e lettore, è ciò che dà il sapore (o lo toglie) all’esperienza della lettura. Dopo molti anni passati a scrivere sceneggiature, poter trattare la lingua come materia viva, come mezzo espressivo compiuto, è per me un piacere profondo.

3. Quanto di te, della tua vita, c’è nei tuoi personaggi e nelle tue storie?

Nel suo bellissimo Una storia di amore e di tenebra Amos Oz ha parole piuttosto dure verso quello che definisce ‘il bisogno di pettegolezzo’ – ovvero la domanda allo scrittore “quanto c’è di vero, di autobiografico?”. Per contro definisce il buon lettore così: colui che nel libro non cerca di sapere quanto ci sia dell’autore, bensì quanto ci sia di sé. Colui, insomma, che non si chiede se Dostojevsky abbia mai veramente ammazzato una vecchietta, bensì quanto del buio di Raskolnikov riguardi lui, il lettore, e soprattutto cosa quel buio gli racconti e insegni di sé e del mondo.

Detto questo: nessuno dei fatti narrati nei miei due romanzi è autobiografico. Ma ovviamente sono romanzi completamente autobiografici, se con questo intendiamo che riflettono quello che io vedo, credo e capisco del mondo – come potrebbe essere altrimenti?

4. Credi che l’attività di una scrittrice si differenzi in qualche modo dall’attività di uno scrittore? Esiste, a tuo avviso, una “scrittura femminile”?

Francesca Melandri
Foto di Elisabetta Claudio
Non riesco proprio a immaginare in che modo l’attività di una scrittrice si differenzi dall’attività di uno scrittore se non forse per il fatto che quando mi vesto prima di mettermi a lavorare io indosso un reggiseno, uno scrittore no.

A parte gli scherzi, a questa domanda io credo si debbano dare due risposte diverse. La prima è sulla qualità e la pratica della scrittura, e su questo non credo proprio che ci siano differenze oltre a quelle individuali e quindi non riducibili a categorie di genere. Del resto grandi scrittrici come Marguerite Yourcenar o Nadine Gordimer si fa davvero fatica a infilarle nella categoria di ‘scrittrici al femminile’. Lo stesso vale per i grandi scrittori, la cui arte è tale da rendere irrilevante il fatto che fossero maschi. A parte l’ovvio esempio di Flaubert, per restare tra gli scrittori contemporanei uno dei più interessanti è sicuramente Michel Faber, grande descrittore di personaggi femminili, anche originalissimi: sfido chiunque legga un suo libro ignorando il sesso dell’autore a riuscire a capirlo. Del resto un romanziere, per definizione, deve essere capace di entrare nel mondo interiore di esistenze anche molto diverse dalla sua – basta questo, credo, per spiegare perché non trovo interessante la distinzione tra scritture maschili e femminili. Nel mio giudizio verso i libri che leggo bado molto a come vengono descritti i personaggi del sesso opposto a quello di chi scrive: solo se anch’essi sono tratteggiati in maniera convincente e approfondita, a mio parere, la scrittura può aspirare ad essere considerata di qualità. Tutto questo per dire che le scritture ‘maschili’ e ‘femminili’ forse esisteranno pure, ma allora si tratta di letteratura scadente, di puro intrattenimento, basata appunto su categorie e stereotipi e non sulla profonda comprensione dell’essere umano che è alla base della vera letteratura.

Poi però c’è il secondo aspetto di questa questione, ovvero come chi scrive considera sé stessa. Viviamo in un paese dove la differenza di genere ci viene costantemente rimandata dai media, in modo martellante, come l’elemento essenziale della nostra e altrui identità, sottorappresentando invece altre caratteristiche che invece sono altrettanto importanti per definire l’esistenza delle persone – il reddito ad esempio. Questo fa sì che ci siano parecchie scrittrici in Italia che alla definizione di ‘scrittura femminile’ ci tengono molto di più che le scrittrici dei paesi dove la stereotipizzazione delle differenze di genere (con relativa immobilità dei ruoli all’interno della società) ad esempio i paesi scandinavi, è meno pressante. In Italia il discorso sulla posizione della donna nella società è particolarmente impregnato di stereotipi – peraltro, purtroppo, spesso alimentati dalle stesse donne – per cui ancora spesso si danno come immutabili e assodate delle definizioni rigide di ciò che è ‘maschile’ (la precisione, la razionalità, l’aggressività ecc) e ‘femminile’ (l’empatia, l’intuizione, la cura ecc). Non sorprende quindi se con queste lenti venga letta, e definita, anche l’attività della scrittura.

A me personalmente questa pare una dicotomia non solo stereotipata, ma soprattutto non vera. Un romanziere – uomo o donna che sia – che non tratta con cura ed empatia i suoi personaggi non potrà mai coinvolgere il lettore ai loro destini. Allo stesso tempo, senza competente precisione nelle descrizioni, senza razionalità nella costruzione narrativa, si scriveranno solo pappe illeggibili. Ogni persona è (e ha diritto ad essere considerata) qualcosa di ben più ampio della sua sola identità di genere. Uno scrittore, una scrittrice, che aspiri a raccontare l’essere umano ha – forse – l’obbligo di esserlo ancora di più.

5. Stai lavorando a un nuovo romanzo? Potresti darci qualche anticipazione?

Sono all’inizio di un lavoro di scrittura che, credo, mi impegnerà per anni. Sono quindi molto esitante a parlarne perché sono nel pieno di quegli abissi d’insicurezza, anzi, di vero e proprio terrore che mi accompagnano sempre nelle prime fasi della scrittura di ogni romanzo.
Dirò solo che è un altro romanzo, come i due precedenti, sul rapporto che noi Italiani abbiamo con la nostra Storia (quella con la S maiuscola) e quello, ancora più complicato, con la memoria. E si parlerà ancora, come in Eva dorme e Più alto del mare, di padri…

Grazie, Francesca, e buon lavoro!
Concludiamo la conversazione con un video, nel quale Francesca risponde ad altre domande sul suo romanzo.



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