Contro gli eBook: il profumo della carta e altre fesserie

Fumo da una cartiera. Foto di Alex Ford
“Leggere un eBook è come fare l’amore con una bambola gonfiabile” mi è stato scritto su Facebook. Curioso come tale (spiritosa) affermazione mi sia giunta da un luogo non reale ove persone che non si sono mai incontrate si definiscono amiche.

Coloro che si sentono attaccati dall’esistenza degli eBook, non appena sentono nominare tale diavoleria moderna, si producono in un luogo comune a scelta tra i seguenti, oppure in tutti (me ne sfugge qualcuno? Si accettano suggerimenti):

  1. Il rapporto fisico con l’oggetto-libro è una parte imprescindibile della lettura
  2. i libri di carta profumano
  3. i libri di carta si mettono in libreria, oh come è bello disporli e poi guardarli e riguardarli e spostarli e carezzarli e coccolarli
  4. i libri di carta hanno fascino, i libri elettronici no
  5. sui libri di carta sai sempre a che punto sei, sui libri elettronici no
  6. sui libri di carta si può fare la dedica, sui libri elettronici no.
Ciò detto, ci sono due cose che io proprio non capisco:

  1. perché contrapporre l’una e l’altra modalità di lettura? “Diverso” vuol dire necessariamente migliore, o peggiore?
  2. Perché dare un valore esorbitante al modo in cui si legge – e non occuparsi piuttosto del cosa, del perché, del chi si legge?
Sospetto che intestardirsi sull’importanza dell’oggetto-libro (anzi, da ora in poi vogliamo chiamarlo libro-oggetto?), ovvero sulla forma, riveli l’esistenza di un rapporto carente con la sostanza. E la sostanza è leggere, non ficcare il naso tra le pagine.

Voglio dire, se penso a uno di quei grandi romanzi nei quali ho avuto la fortuna di incappare, uno di quelli che mi hanno cambiata – o meglio, che mi hanno rivelato un aspetto importante dell’esperienza umana (ed è questo che l’arte deve fare, mi sembra) – se penso, giusto per fare qualche esempio, a La coscienza di Zeno, o La Storia, o magari per citare un vero e proprio monumento, Anna Karenina… ecco, quando penso a questi romanzi – e non a caso parlo di romanzi e non di libri – non penso prima di tutto alla copertina che avevano o all’odore che emanavano.

Penso al genio dei loro autori, a quel che essi hanno pensato e saputo farmi pensare (non al mero contenitore dei loro pensieri). Penso all’esperienza che è stata per me leggere quei libri, a quel che ho vissuto leggendoli, a quanto li ho amati. Quando leggevo La Storia di Elsa Morante avevo l’impressione di avere tra le mani un cuore umano che pulsava, non un libro. E l’avrei avuta, credetemi, anche se l’avessi letto su un eBook reader.

A volte mi sento come quando uscirono i telefonini. Io me ne procurai uno quasi subito; al tempo ero sempre in viaggio con le tournée teatrali ed era ovviamente molto comodo. Tutti mi prendevano in giro: ecco, la Charbonnier vuol fare la gran signora, la supertecnologica. E quei tutti, l’anno dopo avevano il telefonino.

Foto di Pete Simon
Oppure, ancor prima, quando uscirono i computer. Diversi scrittori di fama, tra i quali (posso sbagliare, ma mi sembra fosse lei) Dacia Maraini, rilasciarono dichiarazioni contro la videoscrittura, asserendo che uno scrittore non dovrebbe avere la possibilità di rielaborare continuamente quel che scrive, ritrovandosi con una pagina sempre linda e perfetta; che è importante conservare traccia delle correzioni fatte, perché sono le correzioni a dare il senso della crescita del libro.
Chissà se questi autori usano ancora la macchina da scrivere. Ne dubito, se non altro perché fa baccano e di notte non si può lavorare a meno di vivere da soli in una villa isolata, e soprattutto perché temo che i nastri inchiostrati non li venda più nessuno (o quasi).

Mi sono veramente stufata di interloquire con persone che, con espressione orripilata, snocciolano uno dei luoghi comuni di cui sopra in difesa della carta contro i bit. Ne incontro di continuo. E mi colpisce il fatto che, salvo eccezioni che confermano la regola, nessuna di queste persone sia un lettore forte. Anzi, il più delle volte mi è parso di cogliere nell’atteggiamento di costoro un oscuro sentore del fatto che il loro rapporto con la lettura fosse in qualche modo limitato.

Forse queste persone pensano di non leggere quanto e cosa dovrebbero; pensano che la lettura sia una sorta di compito scolastico, un dovere al quale ottemperare. “Leggi!” gridava loro il babbo, il prete o il professore quand’erano bambini; e quella figura severa ha ucciso in loro il piacere della lettura. Ha ucciso in loro la pulsione erotica del leggere.

E allora, queste persone spostano l’eros su fatti estranei alla lettura: l’odore della pagina, la consistenza tattile del libro-oggetto, eccetera.

Chissà che un gruppo di auto-aiuto non possa essere utile. “Sono John e sono un feticista dei libri-oggetto.”

Pensiamoci.

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